sabato 14 novembre 2009

Considerazioni sulla situazione del PdL ferrarese

Il Sen. Alberto Balboni, in una lettera aperta inviata ai dirigenti del PdL, ritiene di aver subito le polemiche di questi giorni e quindi di aver avuto una posizione passiva nella vicenda politica del nascente PdL; esprime amarezza, preoccupazione e timore in termini di conseguenze su credibilità ed esiti elettorali; si considera in sintesi come la vittima di circostanze causate esclusivamente dal comportamento di Giorgio Dragotto, suo Vice Coordinatore Vicario, reo in particolare di aver annullato la convocazione di insediamento del coordinamento provinciale; esaminiamo i fatti che si sono succeduti dalla data del 26 Ottobre alla data del 6 Novembre successivo (prima del 7, data di insediamento) e cerchiamo di capire.

Il lunedì 26 viene sottoscritta congiuntamente da Balboni e Dragotto la convocazione di insediamento del “nuovo” coordinamento provinciale, facendo chiaramente riferimento ad una composizione finalmente ratificata dal nazionale, e che, ragionevolmente, è da ritenersi originariamente condivisa dai due dirigenti, in quanto conforme a quella da loro stessi proposta, fin dal dopo elezioni amministrative (a parte forse, l’inserimento dei due componenti rappresentanti dei giovani che, nel primo coordinamento ante congresso non erano presenti). Va specificato che, anche in termini di ruoli di vicecoordinatori, la proposta poi ratificata dal nazionale, prevedeva la nomina di soli 3 vice, in base a criteri condivisi da Balboni e Dragotto. Sin qui quindi, si è operato nel pieno rispetto delle regole dettate dallo Statuto, agli artt. 29, 30 e 31 nonché alle norme transitorie ai commi III e IV.

(In particolare, le norme così recitano, in sintesi, circa i coordinamenti provinciali:

sono composti da un minimo di 10 ad un massimo di 30, in base alle esigenze ed alle dimensioni territoriali; ne sono membri di diritto il capogruppo ed il vice capogruppo in consiglio provinciale (Taddeo e Milani), nonché il responsabile giovani (uno tra Spath o Dana); all’interno del coordinamento Balboni e Dragotto, d’intesa tra loro, possono nominare fino a 5 Vice coordinatori; il coordinamento decide a maggioranza, in tutti i casi in cui manchi l’intesa tra il coordinatore Balboni ed il Vice Vicario Dragotto. Le norme transitorie, vigenti per regolare le prime costituzioni degli organi, dopo il Congresso nazionale e fino ai primi congressi elettivi, stabiliscono che siano il coordinatore Balboni d’intesa con il suo Vice Vicario Dragotto a nominare i componenti del coordinamento provinciale, sentito il coordinatore regionale Berselli e con successiva e finale ratifica del coordinamento nazionale composto da Verdini, Bondi e La Russa.)

Dopo la convocazione inviata da Balboni e Dragotto, la stampa locale da ampio spazio alla conferenza stampa indetta dal componente del coordinamento Avv. Frascerra (rappresentante dei popolari-liberali di Giovanardi e che non risulta essere ancora nominato uno dei Vice coordinatori del PdL), il quale, dopo aver annunciato il sostegno al candidato (ufficioso) consigliere regionale Malaguti, tra l’altro esprime dure critiche al Vice Vicario provinciale Dragotto che, nel frattempo, è già stato nominato dal coordinamento regionale, Vice coordinatore regionale del PdL, in quanto consigliere Capogruppo in consiglio regionale.

(Ricordiamo qui che Frascerra, con il sottoscritto Pariali, segretario del Nuovo PSI di Caldoro e con la collega Laura Cavallari per la DCA di Rotondi, rappresentano a Ferrara alcuni dei partiti minori che hanno aderito alla nascita del PdL, pur se successivamente al patto originario tra An e FI; ad essi è riservata, in base agli accordi congressuali di Roma, una quota di rappresentanza del 10%, negoziata esclusivamente con Berlusconi, cioè con F.I.). Ciò significa che, nel rispetto di questo patto politico, i rapporti negoziali, dovrebbero essere prioritariamente tenuti con i referenti territoriali di F.I., quindi a Ferrara con Giorgio Dragotto, fatta salva comunque e sempre l’autonomia decisionale locale).

Ora, che sia legittimo esprimere le proprie preferenze per un candidato, seppur ancora ufficioso, piuttosto che per un altro non è in discussione; rompere un patto politico prioritario e costruirne un altro per varie ragioni, (meglio se espresse chiaramente) è altrettanto legittimo; farlo però nei tempi, nei termini e nei modi descritti dalla stampa e non smentiti, appare quantomeno discutibile e suscita, come in effetti ha suscitato discussioni e perplessità, tra i vari dirigenti e simpatizzanti, specie se si considera il fatto che anche Frascerra era già stato convocato, pur se come “semplice” componente, per il sabato 7/11 successivo e che le candidature alle regionali non erano allora, come non lo sono oggi, state definite dagli organi deputati a farlo.

Ma il fatto più sconcertante è questo, non noto ai più: in data 3 Novembre, via fax, il coordinamento nazionale comunica la composizione, ratificata con modifiche (su questo torneremo poi), del coordinamento provinciale di Ferrara, inserendo un nuovo componente e ribadendo la presenza di soli 3 Vice coordinatori, come già proposti, d’intesa tra loro, da Balboni e Dragotto (tra questi non il Frascerra); successivamente, e stranamente, dopo le dichiarazioni pubbliche dello stesso Frascerra, di appoggio a Malaguti e di denigrazione di Dragotto, in data 5 Novembre, un nuovo fax comunica la variazione del coordinamento, con la “promozione” di quest’ultimo a 4° Vice coordinatore provinciale. La successione di tali “accadimenti”, come li chiama Dragotto e che Balboni non rileva, le discussioni che ne sono derivate tra molti componenti e dirigenti di varia provenienza partitica nonché la larga eco che sulla stampa è stata data alle dichiarazioni di Frascerra, non sono prese in considerazione, nel merito, da Balboni nella sua nota, che invece prende in esame quelle apparse solo successivamente all’annullamento deciso da Dragotto il 6 Novembre, con nota scritta, allegata a messaggio di posta elettronica.

Appare sorprendente il chiedersi, da parte di Balboni, quali siano stati gli “accadimenti” che hanno indotto Dragotto alla sua decisione che, si denuncia invece essere non conforme allo statuto, in quanto assunta non d’intesa con lo stesso Balboni; ma bisognerebbe anche chiedersi: la composizione e le nomine di Vice coordinatori erano ancora quelle originariamente condivise o sono state modificate/imposte dall’alto? E se questo cambiamento è frutto di decisioni superiori, prive, come credo, di condizionamenti locali, perché Balboni le ha subite passivamente? Anch’egli forse, non è stato sconfessato da tali cambiamenti? Appare anche discutibile, a mio parere, l’interpretazione del concetto di ratifica da parte del coordinamento nazionale: di norma si ratifica da un potere superiore una proposta che si riceve dal “basso”; se la proposta ricevuta viene modificata è come se venisse rispedita al mittente, che dovrebbe quindi riaccettarla, modificata (nel nostro caso sempre congiuntamente) o avere la possibilità di argomentare su eventuali dissensi. Tutto ciò non è accaduto e legittima cattivi e maliziosi pensieri, anche sulla credibilità romana del partito! Quale rispetto infine per tutti gli altri componenti il coordinamento, che si potrebbero chiedere: ma se insulto (perché di insulti si tratta) sulla stampa il coordinatore Balboni, divento il 5° vice? E se mando pubblicamente a quel paese il coordinatore regionale Berselli, vengo promosso suo Vicario? A questo punto conviene dare direttamente del puttaniere a Berlusconi (che ovviamente sarebbe lusingato) per diventare Ministro!

Detto ciò la domanda da porsi, con serenità e responsabilità, forse è questa: se la riunione di insediamento si fosse tenuta, cosa sarebbe successo? Quale sarebbe stato il clima di una riunione nella quale, invece di far decollare l’attività politica del PdL, si sarebbe rischiata molto probabilmente la rissa, senza un preliminare quanto necessario chiarimento politico?

Tra l’altro, appare contraddittorio affermare di ben sapere quali sono le percentuali su cui si è basata la composizione del coordinamento e stigmatizzare l’annullamento dell’incontro: se infatti la volontà fosse stata quella di far pesare la forza della maggioranza ex F.I., Dragotto probabilmente non avrebbe annullato l’incontro! Certo non è mancata la forzatura, questo va detto, ma il punto credo sia un altro: bisogna sforzarsi di vedere tutta la realtà e non solo la parte che più fa comodo; bisogna rispettare tutte le regole e non appellarsi solo a quelle che convengono nell’immediato; e questo non sempre è facile…

Si tende invece, a mio parere, a spostare l’attenzione su un falso problema: quello delle candidature, ufficiose od ufficiali che siano; il punto vero invece è che non esiste un metodo condiviso per gestire e regolare i comportamenti, per stabilire preventivamente e congiuntamente i criteri di scelta; per stabilire, in sostanza, i principi etici su cui basare una corretta convivenza politica comune ed agire di conseguenza. Esiste in sostanza e da molti anni, il concetto del “ con me o contro di me”! Si dice che bisogna superare le vecchie tifoserie: ma tutto fino ad oggi, come ben sappiamo, è stato basato su quote e su componenti; e sarà così fino ai futuri congressi, piaccia o non piaccia; tutto è già stato avviato per fare conquiste nel campo del “nemico”: si da vita anticipatamente a comitati elettorali, si offrono spazi su giornali, si dichiarano sostegni anticipatamente e tutto avviene prima dell’insediamento dell’organo provinciale (riveduto e corretto 3 volte in dieci giorni!), che invece, ragionevolmente dovrebbe indicare, indirizzare, condividere o comunque discutere anche di tutte queste cose. Avere nel silenzio di una apparente normalità, permesso prima e legittimato poi, tali atteggiamenti, credo sia una responsabilità cui ognuno di noi, nelle proporzioni corrispondenti ai diversi ruoli, non può sottrarsi.

Ora che fare? Abbandonare le ipocrisie e ritrovare la forza di riprendere il dialogo prima che sia troppo tardi, mettendo i nostri dirigenti attorno ad un tavolo, per concordare prima di tutto le regole di comportamento etico su cui basare i futuri rapporti politici e direi, se fosse possibile, anche personali. Fare questo con franchezza ma senza dare ulteriore spettacolo negativo all’esterno, soprattutto ai nostri elettori, che ormai sono sfiniti da queste continue discussioni personalistiche.

Avviare l’organizzazione logistica ed operativa, al centro come nel territorio, creando pari opportunità di partenza ai candidati già noti ed a quelli che saranno ufficializzati, i quali poi saranno legittimati a svolgere la loro campagna elettorale ed a conquistarsi i consensi, anche con confronti duri ma leali. Elaborare i programmi che possano rappresentare veramente risposte concrete ai bisogni dei cittadini ferraresi e delle loro articolazioni (famiglie, imprese, associazioni etc.). Rispettare infine le prevedibili quanto legittime diversità di posizionamento, anche dei vari dirigenti e simpatizzanti, che andranno argomentate politicamente e chiaramente, senza per questo considerarli dei nemici “interni”.

Troppe volte in questi 15 anni si è lavorato per essere i primi tra i perdenti, a volte non riuscendo nemmeno a raggiungere questo obiettivo!

Bisogna lavorare invece e finalmente per ambire alla vittoria nostra e soprattutto delle nostre comuni idee e dei nostri valori di riferimento, anche sapendo rinunciare a quote di potere personale, avendo l’umiltà di fare quella difficile ma necessaria dose di autocritica che sappia trasformare scaltri dirigenti politici in veri leaders carismatici.

E questo, ovviamente, è un appello che faccio prima di tutti, a me stesso.

Ferrara, 12/11/2009

Aurelio Pariali

Segretario provinciale del Nuovo PSI Ferrara

Vice Coordinatore del PdL Ferrara

martedì 10 novembre 2009

Quel Bettino Craxi che manca all'Italia di oggi

Sarà interessante leggere le argomentate e acrobatiche confutazioni, da diverse parti politiche, al libro appena uscito in libreria di Ugo Finetti “Storia di Craxi” (Boroli Editore), con un sottotitolo molto calzante “Miti e realtà della sinistra italiana”. A dieci anni ormai dalla morte del leader socialista, ci sono ancora diverse elucubrazioni e contorsioni di cronaca sulla figura di Bettino Craxi nella sinistra italiana ed europea, con qualche ammissione di autocritica che filtra tra le righe dei libri-outing di alcuni dirigenti dell'attuale Partito democratico, che furono, ancora per diversi mesi dopo la Caduta del Muro di Berlino, leader comunisti, “ragazzi di Berlinguer” e “nipotini di Togliatti” e loro esegeti e “apostoli” storico-politici.

Diciamo subito che, a nostro parere, sarà problematico confutare Ugo Finetti, che è ormai un grande storico, implacabile nella ricostruzione dello scenario storico-politico dell'Italia repubblicana soprattutto nel mondo della sinistra. Finetti ha una profonda cultura umanistica, ha un'antica passione politica e un'esperienza sul “campo” che gli auto-impongono l'esattezza delle date, la precisione della documentazione e delle citazioni (scritte) degli altri, la ragionevolezza delle interpretazioni nelle grandi manovre politiche.

Che cosa ci riserva questa volta Ugo Finetti, dopo i suoi due splendidi libri su “La Resistenza cancellata” e il “Togliatti&Amendola: la lotta politica nel Pci” ? Ci regala una storia che in Italia si ha paura di affrontare: quella della sinistra anticomunista e democratica, di cui Craxi, nel dopoguerra italiano, fu l'interprete principale. Fu il vero precursore di tutti i riformismi, quelli vissuti realmente e non solo dichiarati a parole.

Nel suo libro Finetti parte da lontano. Parte dal giovane Bettino Craxi che è un dirigente politico nelle battaglie studentesche, nell'Ugi e nell'Unuri, e che già conosce, per l'esperienza di alcuni viaggi all'Est, la “crisi di sistema”, non “una crisi nel sistema” dello stalinismo, del leninismo, del comunismo o “socialismo reale”. Si vede così che la storia di Craxi è quella di un giovane dell'inizio degli anni Sessanta che è sempre cresciuto in minoranza, nel Psi e nella sinistra italiana, per difendere la “via maestra” indicata da Filippo Turati, il riformismo (termine che fino agli anni Ottanta era un insulto all'interno della sinistra, anche per il socialista Riccardo Lombardi), il liberal-socialismo di Carlo Rosselli, la grande storia scritta dalla socialdemocrazia europea.
A ben vedere è questo “dna” riformista che provocherà la “demonizzazione”, lunga quasi mezzo secolo nei confronti di Bettino Craxi. La demonizzazione è una scorciatoia leninista per evitare i problemi reali. Quindi, nella grande manipolazione comunista, il riformista è sempre stato accostato al corrotto e al tangentaro.

Da chi è promossa questa demonizzazione? In primo luogo ovviamnete dai “concorrenti” di sinistra, Pci in testa, ma anche frange socialiste “lunari”. A questi si aggiungeranno, nel corso degli anni, anche diversi “compagni di strada” del Pci, che verranno da sponde cattoliche, democristiane e addirittura dagli ambienti finanziari e industriali, che avevano un timore fottuto, per esempio durante la “Biennale del dissenso” del 1977, di irritare l'Unione Sovietica che garantiva tanti “buoni affari”: dalle automobili agli impermeabili per i soldati sovietici, alle macchine da scrivere per la Tass e le Isvetia.

Craxi fu costretto a vivere in minoranza, in un Paese dove in genere “si cambia tutto per non cambiare nulla”, perché intorno a lui, riformista che voleva le veramente riforme e le propose nel limite del possibile c'era il “muro di gomma trasversale” dell'immobilismo e della conservazione.

Questa conservazione riguarda in primo luogo ancora il Pci e la sua “galassia” variegata di sinistra. Quando, nei primi anni Sessanta, si formano i primi governi, locali e nazionali di centrosinistra, c'è un grande processo di revisione nella sinistra italiana. Nello stesso Pci, morto Palmiro Togliatti e consumate le prime revisioni dopo l'Ungheria, il ventesimo e ventiduesimo Congresso del Pci, il clima è mutato e Giorgio Amendola parla di “partito unico dei lavoratori”, di “superamento del leninismo”. Nel Psi ci si avvia alla riunificazione con la socialdemocrazia di Giuseppe Saragat. Ma basterà un Sessantotto (fenomeno mondiale ma che in Italia dura un ventennio) a rimettere in discussione tutto, a far retrocedere le lancette della storia e a consentire, nel nome del “giovanilismo ribellista” la rivincita dei “nonni del 1948, con tutta la loro chincaglieria di anti-capitalismo. anti-americanismo, terzomondismo, democrazia “sostanziale” in opposizione a quella “formale”, fino alla riscoperta dello stalinismo e allo “sbarco liberatorio” nel pianeta maoismo, che sarà solo l'ultimo tuffo prima di risalire in un privatismo infantile. Un delirio ideologico che stopperà di fatto l'evoluzione della politica italiana, che la metterà di nuovo in ritardo rispetto alle democrazie europee.
Sarà un altro periodo di lunga minoranza per Craxi. Solo nel 1976, dopo il Comitato centrale del Psi di luglio all'Hotel Midas di Roma, Craxi può riprenedre la sua “corsa” giovanile. È da questa data che parte l'avventura del Craxi più conosciuto al grande pubblico. È il Craxi della “grande riforma”, della battaglia contro “la scala mobile”, di Sigonella e degli euromissili, cioè di un leader leale con gli alleati americani ma non subalterno. È il Craxi che appoggia “Solidarnosc” in Polonia e offre solidarietà a dissidenti del blocco comunista, così come ai democratici sudamericani in lotta contro le dittature golpiste. È il Craxi che attacca la politica dell'Urss e del Pci, pur lasciando sempre vie di trattativa per un'evoluzione futura politica sia a livello mondiale che a livello italiano.

È precisissimo Finetti nel ricostruire il clima che si forma nel Paese di fronte al governo Craxi. Sia da parte di chi ne condivide l'azione di riforma, sia da parte di chi si oppone in una delle alleanze più stravaganti del mondo. La fine che viene riservata a Bettino Craxi è guidata da una ammucchiata confusa e impaurita verso i cambiamenti profondi di cui il Paese ha bisogno. Craxi cadrà.

Ma la sua testimonianza umana e politica, alla fine, non sarà affatto inutile. Scrive Finetti: “L'anticraxismo ha disegnato una sinistra italiana tutta “Resistenza rossa-Sessantotto-Mani Pulite: un'epurazione che colleziona sconfitte”. Il comunismo è “sepolto”.Il vecchio capitalismo italiano è stato rimpiazzato dal “quarto capitalismo”, dall'impresa medio grande che tiene bene sul mercato globale, quel “Made in Italy” che Craxi valorizzò.

Ci vorrà del tempo, ma alla fine Craxi tornerà a essere collocato nel posto giusto della storia italiana e Ugo Finetti verrà finalmente studiato come si conviene.

Gianluigi Da Rold
Il Sussidiario
10/11/2009

lunedì 9 novembre 2009

Festa della Libertà

"L’anniversario del Muro di Berlino segna non solo la fine del comunismo sovietico ma soprattutto la vittoria della libertà come bisogno insopprimibile dell’animo umano.
In ogni epoca storica e sotto qualunque regime politico l’uomo ha sempre desiderato di essere libero, come espressione della propria natura e della propria umana dignità. La storia in fondo è la storia della libertà, la ricerca continua dello spirito di prevalere sulla violenza, sulla forza, sui soprusi, sul potere fine a se stesso.
Anche nei momenti più bui della storia, quando la dignità dell’uomo viene calpestata e offesa oltre ogni limite, la fiamma della libertà è stata alimentata dalla testimonianza di quegli uomini e di quelle donne che per essa hanno saputo rinunciare anche alla propria vita.
Anche ora, in molti continenti in cui dominano regimi autoritari e sanguinari, l’anelito insopprimibile alla libertà si fa strada attraverso l’esempio di quei giovani che rinnovano agli occhi del mondo intero la forza della verità e della libertà.
Questi esempi ci ricordano che la libertà non è data una volta per tutte, e che solo quando ci manca, come quando ci manca l’aria, avvertiamo il valore che essa ha per la nostra vita e per l’intera società. Per questo, soprattutto dopo la crisi delle ideologie totalitarie del Novecento, e dopo la sconfitta del comunismo che è stata l’ideologia che più di ogni altra si è diffusa nel mondo e che ha dominato più a lungo nel corso della storia, dobbiamo avere cura dei traguardi di libertà e di civiltà che abbiamo conquistato.
In particolare dobbiamo avere coscienza che la libertà non è sinonimo di egoismo, di individualismo, non significa libertà di fare ciò che più ci aggrada e ciò che è possibile fare grazie ai progressi della scienza e della tecnica. La libertà è vera libertà quando è relazione con gli altri, quando rivendica non solo i legittimi diritti, ma si fa carico dei doveri nei confronti dell’intera società. La libertà esplica tutte le sue potenzialità quando diventa relazione, quando diventa responsabilità, quando diventa solidarietà verso chi soffre e verso chi ha bisogno di noi, non solo all’interno dei confini nazionali, ma anche al di là dei nostri confini nei confronti degli altri popoli. Questo è il nostro sentimento della libertà".

giovedì 8 ottobre 2009

Nuovo PSI: Tesi per conferenze e programmi

La grande crisi finanziaria ed economica che è in atto a livello mondiale da oltre due anni esprime la più generale crisi di un intero modello politico, culturale, sociale ed istituzionale. I cittadini sono disorientati e manifestano preoccupazioni per l’immediato e, soprattutto, per il futuro, in particolare per quanto riguarda i livelli occupazionali che sono tuttora in diminuzione.

È accaduto che le forti spinte alla deregulation, le lodi del mercatismo, delle virtù della competizione senza gli intralci delle regole sul comportamento dei mercati si sono dimostrati un errore enorme il cui prezzo viene pagato dall’intera collettività e, pertanto, grava soprattutto sui più deboli.

La dottrina dello “shareholder value” (valore per l’azionista) si è diffusa in tempo molto breve come fattore centrale del governo dell’impresa, ma altrettanto celermente ha manifestato la sua portata limitata ed il suo livello di pericolosità. La gestione dell’azienda deve essere orientata ad accrescere le capacità di soddisfare il cliente meglio dei concorrenti. La prosperità dell’azienda si fonda sulla capacità di produrre beni e servizi che migliorano la qualità della vita delle persone e non per gli altri portatori di interessi.

Giustamente, allora, è stato deciso di rimettere ordine in un sistema fuori controllo dando poteri effettivi ai sistemi di controllo e contrastando i “paradisi fiscali”. Ed in questo ambito bisogna riconoscere che il governo italiano è stato significativamente ed attivamente presente ed ha fornito contributi ed impulsi importanti anche a livello globale.

I primi passi compiuti a livello mondiale -a parte non poche sbavature di tipo protezionistico- sono stati nella direzione giusta. Nei prossimi mesi sapremo quanto sarà incisiva e profonda la svolta che è stata avviata e le effettive misure assunte a livello ordinamentale ed istituzionale.

È necessario, infatti, che alla logica del “troppo grande per fallire” si sostituisca quella dell’istituzione “troppo forte per fallire”. Alla logica della finanza dai rischi incalcolabili occorre sopperire con regole tese ad instaurare una condotta eticamente corretta negli affari. E questa impostazione non può essere adottata da un solo Paese: occorre una risposta globale ad una crisi globale. E più in generale occorre una gestione sovranazionale della globalizzazione.

Questo stato di cose, nella misura in cui manifesta la crisi dei modelli di sviluppo imperanti e della ideologia mercatista che li sosteneva, ha disvelato i limiti e le storture presenti anche a livello delle teorie economiche come si è evinto dalle analisi degli economisti ed ha reso del tutto evidente l’implicita riaffermazione del primato della politica rispetto al mercato.

Infatti la politica si è manifestata quale unica leva in grado di definire sia le necessarie, specifiche politiche pubbliche, sia le nuove regole istituzionali di cui ha bisogno non solo il mercato finanziario, ma anche, più in generale, la convivenza mondiale, la globalizzazione. In particolare la crisi ha confermato la necessità che venga superato il protezionismo proprio anche se non pochi Paesi hanno affrontato la crisi con misure di tipo protezionistico, il che, specialmente per quanto riguarda i Paesi europei che non sono riusciti a definire una risposta comune, non rappresenta un precedente di buon auspicio.

Ma per superare la crisi e disegnare nuove regole non basta tamponare le emergenze e mettere qualche pannicello caldo, occorre, invece, una ‘filosofia’ di riferimento, una visione del mondo, una consolidata cultura politica.

Per tali motivi, i socialisti riformisti riaffermano la loro ispirazione originaria, il loro ancoraggio nella solida cultura politica del socialismo liberale, convinti come sono che i valori fondamentali del socialismo sono inseparabili dai diritti individuali di libertà e, quindi, che bisogna coniugare libertà individuali e libertà sociali, individuo e società, individualità e socialità, bisogni e meriti, equità e mobilità sociale, interesse personale e interesse generale, interesse nazionale e interesse mondiale, competizione e cooperazione, mercato e solidarietà, mercato e Stato. Ed allo stesso tempo occorre rafforzare la lotta agli sprechi, all’evasione fiscale, al protezionismo, al nazionalismo, al monopolismo.

Per aiutare i più bisognosi dobbiamo offrire servizi pubblici personalizzati, garanzie a quanti vengono emarginati dai processi produttivi, sicurezza a quanti sono investiti dai riflessi negativi della flessibilità e dai processi di modernizzazione, un minimo vitale agli inoccupati, il che vuol dire garantire un minimo etico a tutti. Dobbiamo, nel riconoscere la centralità dell’Uomo, e quindi, dell’individuo, potenziare la logica dell’interesse personale nel contesto dell’interesse pubblico e, pertanto, richiamare le libertà, i diritti ed i doveri del cittadino che sono alla base di una moderna democrazia di mercato, di una cittadinanza più informata e consapevole. Al paradigma della società di massa, delle classi sociali, dei ceti medi, dobbiamo sostituire la società degli individui ancorata a stili di vita ed autonomia culturale da coniugare con i valori morali collettivi indeboliti anche a causa di un deficit di guida morale e culturale delle classi dirigenti, in particolare di quella politica, riportando i valori universali dei diritti umani e della socialità al centro dell’azione politica.

Per favorire lo sviluppo civile e sociale della popolazione italiana dobbiamo disegnare un nuovo welfare, un nuovo sistema di protezione sociale di tipo “attivo”, ovvero che sia meno imperniato sull’assistenzialismo e più incentrato sulle esigenze di crescita, di competitività e di sviluppo sociale e civile del Paese: incoraggiare la natalità per mezzo di appositi incentivi, recuperare ad un ruolo attivo quanti raggiunta l’età del pensionamento possono ancora rendersi lavorativamente utili al Paese, garantire il migliore raccordo tra scuola, lavoro ed ammortizzatori sociali anche facilitando la mobilità. In altri termini: più figli, più lavoro con schemi flessibili ed intercambiabili, più sessantenni in attività, una gamma più vasta e personalizzata di servizi che prevenga i bisogni e contrasti la povertà.

Per favorire la sostenibilità finanziaria del sistema sanitario specialmente in rapporto agli andamenti demografici ed al connesso processo di senilizzazione della società dobbiamo dotarci di un sistema esterno al perimetro della Pubblica Amministrazione che possa fare leva su una più ampia rete di operatori accreditati sul versante sanitario, che sia “premium funded” ossia finanziato attraverso due tipologie di premi, in cifra fissa ed in percentuale sul reddito, su una polizza che copra un pacchetto base di prestazioni definite dalla Stato ed obbligatorie per le assicurazioni che non possono differenziare rispetto alle condizioni di salute o all’età dell’assicurato. Lo Stato deve sovvenzionare le persone a basso reddito attraverso un meccanismo che esalta la libertà di scelta del paziente, ossia tramite un “buono sanità” che viene devoluto direttamente all’assicurazione scelta dal singolo. Un fondo (che nel modello olandese viene detto di equalizzazione del rischio) garantisce la stabilità del sistema attraverso compensazione a favore delle assicurazioni che assumono i rischi più elevati (anziani, cronici, disabili).

Per assicurare una pensione dignitosa dobbiamo fare i conti con il fatto che le persone vivono più a lungo e che rinunciare, per un passaggio anagrafico, all’utilizzo di un capitale umano professionalizzato è uno spreco. Bisogna lasciare libertà di scelta alle singole persone perché sono aumentati i lavoratori anziani che vogliono lavorare di più, che intendono sviluppare un nuovo impegno civile e sociale, anche affidando agli “over 60” un ruolo da protagonisti e da tutor di lavoratori più giovani.

Per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno dobbiamo abolire il sistema dei contributi a fondo perduto, detassare le aziende che investono, investire nelle opere di difesa idrogeologica e nelle infrastrutture materiali ed immateriali privilegiando il ricorso al project financing nelle infrastrutture a tariffa. Il federalismo fiscale è un’opportunità, anche per il Sud, se rimedia ai danni causati dall’assistenzialismo dello Stato centrale, se serve a riequilibrare i livelli si spesa dei diversi territori invece di congelare ed aumentare gli squilibri territoriali dipendenti dalla “spesa storica”, se definisce correttamente i “costi standard” e gli “obiettivi di servizio” e non lesina sui “livelli essenziali delle prestazioni” e sui “fabbisogni standard” delle funzioni essenziali quali la sanità, l’istruzione e l’assistenza (atteso che i margini di imposizione da parte degli enti locali sono piuttosto ristretti), se porta a superare gli sprechi invece di aumentare la spesa pubblica (che secondo alcuni potrebbe aumentare di 100 miliardi), se porta a responsabilizzare gli amministratori locali invece di moltiplicare i centri di potere, se semplifica il nostro sistema tributario invece di spingerlo verso una giungla, se favorisce la lotta all’evasione fiscale per effetto di una maggiore vigilanza operata dagli enti locali che saranno direttamente interessati ai versamenti diretti alle loro casse. Le suddette alternative sono tuttora in campo, ma i rischi si possono evitare: tutto dipende dai decreti legislativi che saranno approvati nei prossimi anni, fino all’entrata a regime prevista per il 2016. Ovviamente rigettiamo le forme di federalismo fiscale interamente fondato sulla scala urbana e regionale, perché esso svuota pericolosamente il ruolo dello Stato-nazione (non scompariranno i trasferimenti statali per i livelli essenziali delle prestazioni) esponendo il Paese a rischi di secessione strisciante. Un rischio che è oggi ancora più elevato per effetto di una globalizzazione che sembra avere sciolto i vincoli di funzionalità delle frontiere nazionali per conferire nuovo spazio internazionale alle tradizioni municipali e regionali. Un rischio che già si è manifestato ed ha prodotto effetti a livello europeo nel caso del referendum per la ratifica della “Costituzione” e del Trattato, laddove la bocciatura degli accordi di Lisbona dimostra che l’Unione “à la carte” fa prevalere la natura negoziale su uno spirito di crescita comune.

Per difendere la sicurezza e le libertà civili dobbiamo combattere il nuovo terrorismo internazionale, la nuova criminalità organizzata, i nuovi comportamenti antisociali, specie quelli più odiosi che colpiscono i soggetti più deboli. E dobbiamo abbandonare l’imperante logica del giustificazionismo con venature sociologistiche per riaffermare la responsabilità soggettiva dell’operato individuale.

Per cogliere le opportunità dell'immigrazione ed evitarne i rischi, dobbiamo stabilire chi può entrare e chi no, le regole che deve rispettare, dobbiamo individuare nuove politiche di coesione sociale laddove non è possibile l’inclusione, dobbiamo sensibilizzare l’Europa sull’argomento considerato che le nostre frontiere sono anche le loro, e che gli immigrati italiani sono immigrati europei perché l’Italia è una delle porte dell’Europa.

Ovviamente ciò comporta che le culture politiche di provenienza dei vari soci fondatori del PDL non possono essere né accantonate, né soffocate, ma anzi devono essere stimolate perché il confronto possa garantire una sintesi equilibrata e condivisa. Non basta avere elezioni e rappresentanti del partito: ciò che conta è il confronto di idee, l’effettività dell’esercizio di tale confronto che assume un carattere di necessità quando si consideri la diversa estrazione delle culture politiche d’origine. Un confronto che deve essere civile e rispettoso sia in seno al soggetto politico, sia nei confronti degli altri soggetti politici, pretendendo, ovviamente, la reciprocità dei comportamenti

Al fine di elaborare linee programmatiche comuni e rafforzare il radicamento sul territorio, il Nuovo PSI ritiene, inoltre, opportuno una intensa collaborazione con i movimenti, i circoli e le associazioni vicini alla tradizione socialista, che già si riconoscono nelle scelte del socialismo liberale e che sostengono l’attuale governo. La collaborazione va ricercata anche con le altre forze di ispirazione socialista riformista e liberale attualmente in campo, a cominciare dalle organizzazioni sindacali: il Nuovo PSI si impegna a trovare occasioni e momenti di lavoro e di impegno comune per mantenere viva la prospettiva del riformismo socialista e liberale.

venerdì 2 ottobre 2009

Riproponiamo il nostro commento al Piano Urbano del Traffico del Novembre scorso! Attualissimo...

Portomaggiore, 15/11/2008
In merito al nuovo Piano Urbano Traffico di Portomaggiore presentato in Consiglio Comunale lunedì 20 ottobre scorso, il gruppo di “Vivi Portomaggiore” intende esprimere alcune preliminari considerazioni, ben consapevole che solo nei prossimi mesi si entrerà nel dettaglio per discutere i vari aspetti del piano presentato dalla Giunta del Sindaco Barbieri.
1. il Piano non può essere considerato come una continuazione di quello fino ad oggi vigente ed adottato nel 2000, sotto la guida del Sindaco Pariali, trattandosi di un Piano progettato e presentato dall’attuale Giunta Barbieri.
2. Le linee guida di questo piano non debbono necessariamente ricalcare quelle del vigente piano, potendo essere modificate tenendo conto della mutata realtà attuale, rispetto a quella del 2000.
3. Il piano vigente, pur avendo presentato alcune criticità in fase di attuazione, era ideato per un certo tipo di sviluppo di Portomaggiore, in particolare lo sviluppo del Centro Storico, sotto il profilo commerciale, culturale ed urbanistico.
4. E’ sotto gli occhi di tutti come ciò non sia avvenuto, avendo la Giunta del Sindaco Barbieri, privilegiato nei suoi ormai otto anni di governo, la realizzazione di altri investimenti (Portoinforma su tutti), procrastinando quelli rivolti al Centro Storico di Portomaggiore, contribuendo a determinare, di fatto, una situazione di degrado economico e sociale difficilmente recuperabile.
5. In questa fase di stagnazione economica e sociale, sembra essere più utile una modifica della filosofia che sta alla base del PUT presentato dalla Giunta, limitando le chiusure e i divieti, per restituire respiro alla circolazione e creare maggiori condizioni di favore allo sviluppo.
6. Se limitazioni e chiusure si rendessero strettamente necessarie per motivi di sicurezza della circolazione, allora si privilegi l’adozione di soluzioni reversibili, piuttosto che interventi che non consentano più modifiche, anche alla luce delle recentissime esperienze fatte.
Il Gruppo consigliare e tutta la componente della Lista Civica, non mancheranno di dare il proprio contributo concreto di idee, affinché il PUT sia un prodotto accettabile da parte della cittadinanza di Portomaggiore.
Aurelio Pariali, Michele Grilanda, Enrico Menegatti, Roberto Bulzoni
Consiglieri comunali di “Vivi Portomaggiore – Lista Civica”

P.S.
L'amministrazione Barbieri, ancora una volta, si dimostra insensibile e sorda ai richiami delle minoranze e, viste le proteste di queste ore, anche a quelli dei propri (forse ex) elettori...

venerdì 18 settembre 2009

Nuovo PSI: Onore ai nostri soldati caduti

La Federazione Emiliano-Romagnola del NUOVO PSI-PDL appresa la notizia sul raccapricciante atto di guerra subito dalle Forze Armate italiane in Afghanistan, esprime il suo

PROFONDO CORDOGLIO


verso i familiari delle vittime e gli Italiani, profondamente addolorati per il vile attentato che il terrorismo internazionale, ancora una volta, al servizio di pochi loschi personaggi dell’economia di quell’area, ha messo in atto camuffandosi o schermandosi dietro innocenti esseri umani in una guerra non dichiarata formalmente, ma effettivamente operante, per sopraffare tutto il resto del mondo evoluto e laico.

Proprio come Laici, vogliamo ancora una volta denunciare quanto siano pericolosi gli integralismi, di qualsiasi specie, che producono anche tragici episodi come, ad esempio, la barbara uccisione di Sanaa e di tante altre donne, ree solo di amare un altro essere umano di religione diversa o scegliere una vita libera come ogni altra persona.

Perciò, questi fatti, non debbono essere sottovalutati o ancor peggio assecondati, magari per irresponsabili motivi politici di poco valore.

Un sentito augurio di pronta guarigione per i feriti e un ringraziamento per quanti, per difendere il mondo libero e laico, mettono ogni giorno a rischio la loro vita. Quella che stiamo combattendo e che deve vederci tutti impegnati è una guerra tra la razionalità illuministica e il barbaro integralismo: è una guerra che non possiamo permetterci di perdere.

Giovanni Bertoldi – Segretario Nuovo PSI Emilia Romagna - PDL

mercoledì 16 settembre 2009

Nuove coordinate bancarie per soci e sostenitori

Dopo la recente fusione societaria tra istituti di credito, il conto corrente bancario presso CREDIBO della nostra associazione ha assunto nuove coordinate bancarie.
Per il rinnovo della quota annuale o per sostenere l'attività dell'associazione, fai un bonifico utilizzando le seguenti coordinate bancarie IBAN:

IT 72 G 07072 67320 065000143095


EMILBANCA Credito Cooperativo - Filiale di Portomaggiore
Causale: erogazione liberale per "VIVI PORTOMAGGIORE - LISTA CIVICA"

Grazie a tutti per il vostro contributo.

Aurelio Pariali

martedì 15 settembre 2009

IL NUOVO PARTITO DEVE RADICARSI NEL TERRITORIO

La costruzione del PdL, le difficoltà politiche della sinistra, la politica delle alleanze, il Liberalsocialismo eredità dell'ex PSI


di Fabrizio Cicchitto, Critica Sociale, n.8/2009,

Il Presidente del Gruppo parlamentare del PdL alla Camera, Fabrizio Cicchitto, riassume le questioni che attendono la ripresa dell'attività politica autunnale. Tra gli impegni urgenti finisce in agenda il tema della definizione delle nuove regole statutarie, con un “equilibrio ponderato tra eletti e iscritti negli organismi dirigenti”, sedi collettive di dibattito “fino al voto”

Tra la vittoria elettorale e la formazione del governo Berlusconi l'anno scorso, e le elezioni europee e provinciali di quest'anno, la lista del Popolo delle Libertà è diventata un partito vero e proprio. Sull'altro versante la vicenda del PD è risultata essere più travagliata e i nodi giungono al pettine al congresso di ottobre. Entrambi gli avvenimenti hanno cambiato il quadro politico riorganizzandolo in modo del tutto nuovo. Che ruolo e che fisionomia avrà il PdL?

“Siamo di fronte ad un punto di svolta, nel senso che ci sono due aspetti in questa questione. Da un lato resta salda la leadership di Berlusconi, e questo lo dico non a scopo ripetitivo, ma perchè guardandomi intorno non vedo chi possa riuscire a mettere insieme i vari pezzi e spezzoni del centro-destra, dalla Lega alle varie componenti del Pdl e così via.
Nel sistema attuale l'importanza della leadership è fisiologica. Basti guardare, per controprova, alla sinistra che non ha leadership: sta patendo enormemente, al di là delle sue difficoltà e dei suoi difetti politici di fondo. Ha cercato più volte di darsela, ma prima non ha funzionato quella di Prodi, poi non ha funzionato quella di Veltroni.
Nella politica moderna, e non solo in Italia, ma anche a livello europeo, direi a livello occidentale, la leadership è un elemento fondamentale della vita politica. Questo punto dunque è fermo: Berlusconi guida il centro destra, malgrado tutto quello che è successo in questi mesi, dall'ennesimo attacco che gli hanno sferrato, alle stesse possibilità di contestazione a cui si è esposto. Insomma è una leadership sull'opinione pubblica ed è una leadership federatrice rispetto alle varie componenti del centro-destra. Questo è chiaro.
Però oggi c'è un altro capitolo, diciamo così, che si apre con l'aver costituito un nuovo partito come il Pdl, un partito di massa. Un partito deve avere una sua vita propria, non contrapposta alla leadership, ma con un suo funzionamento fisiologico sulla base delle regole statutarie concordate.
Berlusconi passa alla storia per due ragioni. In primo luogo ha impedito la realizzazione di un Colpo di Stato del '92 -'94, condotto in forme “geniali”, assolutamente inedite e atipiche rispetto alla versione classica che conosciamo, quella dei carri armati e dei coprifuoco. Non è stato un golpe militare, ma giudiziario, condotto con gli avvisi di garanzia, e mediatico con le gogne pubbliche di quello che scrivevano i giornali, con le carcerazioni come mezzo di tortura per ottenere “confessioni” spesso concesse per poter uscire da quell'inferno.
Berlusconi, come una variabile imprevedibile del gioco, ha impedito che tutto questo si concludesse in una morsa che avrebbe stretto l'Italia in un regime autoritario.
In secondo luogo in questi anni è riuscito ad aggregare uno schieramento di centro destra, prima da un punto di vista elettorale, poi con l'alleanza di tre partiti (Forza Italia, AN e Lega) e adesso con la costituzione di un nuovo partito.
Ora questo nuovo partito è in una situazione di evoluzione, perchè ha superato la prova del fuoco fondamentale delle elezioni, ma per fare un partito non basta presentarsi alle elezioni.
Abbiamo visto che il PdL ha delle potenzialità elettorali ulteriori, perchè alle amministrative, in molte situazioni - dove non si è impegnato direttamente Berlusconi - è andato oltre il 40 per cento e dunque è un partito che può essere irrobustito.
Questo vuol dire che va organizzato un partito con un Ufficio di presidenza, una Direzione nazionale, dei coordinatori regionali, provinciali, e così via in modo che si metta in moto un meccanismo che dia vita a sedi collettive e collegiali di discussione e di confronto in cui si possa andare anche al voto.
Bisogna cioè passare da un partito come lo è finora, come un' ossatura, un'impalcatura che sorregge il consenso, ad un partito costruito anche come “struttura”, come sede di dibattito e specialmente con una capacità di essere presente nella società, nelle molteplici pieghe di una società ricca, complessa, diversificata qual è quella italiana al Nord, al Centro e al Sud.
E qui si apre il problema degli iscritti e degli organismi. Sappiamo tutti che gli iscritti hanno “due facce”, una faccia di “consenso”, ma anche quella di chi organizza i pacchetti delle tessere. Quindi sorgerà la necessità di un meccanismo di filtro tra consenso e tessere.
Potrebbe essere un meccanismo congressuale in cui si combinano insieme, ponderandoli, il voto e il ruolo degli eletti che devono avere un loro peso, con il voto degli iscritti per costruire dei momenti collettivi e collegiali di discussione, a partire dall'Ufficio di presidenza che ha una composizione autorevole, alla Direzione, dove siedono più di cento persone, all'elezione dei coordinatori regionali e provinciali, alla costituzione di organismi collettivi che li affianchino.
Insomma un nuovo partito con un'intelaiatura che metta insieme chi viene dalla storia di Forza Italia con chi viene dalla storia di AN. Finora questa combinazione è stata gestita come una operazione di vertice, da un lato, ed elettorale per un altro verso.
Bisognerà invece costruire un partito che sappia misurarsi direttamente con i problemi della società italiana, dalla crisi economica, al Mezzoggiorno, ai temi della bioetica, e così via. Insomma si apre tutto un nuovo filone di lavoro politico per superare la situazione paradossale per cui prima si sono fatte le elezioni e poi si fa il partito come tale. Ora il partito va fatto. E questo sarà un tema che si affiancherà a quelli dell'agenda di governo nell'autunno.

Si torna alla esperienza del partito come strumento di formazione della rappresentanza e di selezione della classe dirigente? Il Pdl contribuisce a rifondare la politica dopo 15 anni di “transizione infinita”, come sosteneva Baget Bozzo?

Non c'è dubbio. Bisogna farne una autentica comunità politica con sedi permanenti di incontro. E' senz'altro espressione di vitalità il fatto che spesso i dibattiti politico-culturali si svolgano per iniziativa di qualche fondazione, ma dovrebbe essere anche il partito in quanto tale a farsi promotore di questi confronti. In sostanza a mio avviso bisogna evitare una sorta di divisione dei ruoli anche perchè, pressato dalle scadenze, il partito rischia di diventare una fabbrica permanente di organigrammi, mentre il cervello della nostra area politica si trasferisce nelle fondazioni o in qualche rivista. Il partito nazionale e locale deve essere anche il centro dell'elaborazione politico-programmatica.
Ma va trovato un meccanismo congressuale, ed uno di questi meccanismi elettivi potrebbe essere quello della combinazione ponderata nella formazione degli organismi tra gli eletti e tra gli iscritti.

A novembre sono vent'anni dal crollo del Muro. E a gennaio dell'anno venturo sono dieci anni dalla morte di Craxi: in pratica egli ha sconfitto il Comunismo, contro cui si è battuto per tutta la vita, ma non ha avuto la possibilità di gestire la sua stessa vittoria avendo passato la maggior parte degli anni successivi all' 89 in esilio. E la sinistra si trova al punto in cui è. Osservando la parabola complessiva della sinistra italiana che bilancio storico ne trai?

Qui siamo in un paradosso di un Paese anomalo. Ma la cosa deriva, secondo me, da un dato di fondo, e cioè che la sinistra è stata incapace dopo il crollo del Comunismo di trasformarsi in una formazione riformista e socialdemocratica. Ha sofferto i socialisti e ha contribuito in modo determinante a eliminare il Psi con la gestione politica del golpe di Mani pulite. Il finanziamento irregolare della politica riguardava tutti i grandi gruppi industriali, da un lato, e la DC, il PSI e il PCI, dall'altro. Però abbiamo visto che mentre alcuni grandi gruppi venivano addirittura azzerati, (vedi quello di Gardini) altri sono stati colpiti, altri ancora (vedi la Fiat e De Benedetti) sono stati salvati. E altrettanto è avvenuto nei confronti dei partiti.
Quindi c'è stata una gestione assolutamente irregolare dell'inchiesta su Tangentopoli. C' era un sistema che metteva insieme le grandi imprese e tutti i grandi partiti, mentre Mani pulite ha salvato alcune grandi imprese, ha salvato alcuni partiti o spezzoni di partiti e ne ha distrutto altri. Se non è golpismo questo, non so cosa sia un golpe in una situazione, diciamo così, di Stato democratico.
Dopodichè il Pds avrebbe dovuto beneficiare di tutto questo, ma c'era una tale violenza nella società che la discesa in campo di Berlusconi è stata una variabile non prevista che ha impedito la presa del potere ha chi aveva organizzato questa operazione.
E' anche emersa la costituzionale incapacità degli ex comunisti di diventare riformisti e socialdemocratici. Pur di non fare quel passo, hanno pagato un prezzo durissimo per la distruzione di Craxi e del PSI: primo, hanno azzerato un potenziale alleato per lo schieramento di sinistra e, secondo, non gli è riuscita neanche l'operazione, che avevano in mente, di eliminare il gruppo dirigente socialista per prenderne poi l'elettorato. Alla sciocchezza dello slogan “il posto dei socialisti è a sinistra” ci hanno creduto solo Boselli e Villetti (che a loro volta abbiamo visto come sono stati trattati e distrutti). Ogni forma di ingresso di socialisti nei DS (o l'operazione Sdi) ha riguardato solo una parte dell'ex gruppo dirigente. Il grosso dell'elettorato e degli iscritti al PSI, invece, ha seguito lo slogan “mai con i carnefici”, e quindi ha votato in massa per Forza Italia togliendo alla sinistra un elettorato del 7/8 per cento quantitativo, ma anche togliendole uno stimolo politico culturale verso il riformismo che avrebbe potuto essere decisivo.
Infatti noi tutti abbiamo visto che al crollo del Comunismo, avendo distrutto la componente vera del socialismo italiano che era il riformismo e Craxi, che cosa ha prevalso? Ha prevalso quello che ha descritto benissimo il senatore Pellegrino nel libro “Guerra civile”: cioè, nel vuoto culturale che si è creato nella sinistra, lo spazio è stato riempito da due componenti, una giustizialista alla Violante e l'altra quella cultura cosiddetta “liberal” (ma anch'essa giustizialista) di Repubblica e di Scalfari-De Benedetti. Il cervello della sinistra è cioè diventata Magistratura democratica, con alcune Procure, Violante e il gruppo editoriale “L'Espresso-Repubblica”. Tutte realtà che nulla avevano a che fare con il riformismo e la socialdemocrazia, ma che hanno preso per mano il PDS, che hanno pensato di risolvere il vuoto del riformismo socialista (e dei suoi elettori) con la sinistra democristiana quale alleato degli ex comunisti (non per caso salvata da Tangentopoli, pur avendo lo stesso modo di gestione politica che aveva il centrodestra democristiano).
Ma tutto questo non ha risolto loro nessun problema.

In che senso?

Nel senso che le due componenti (l'ex Pci e l'ex sinistra Dc) si sono assommate tra loro e così bene assortite nel nuovo partito che vanno a un congresso con due candidature che li spacca verticalmente, Franceschini per la sinistra democristiana e Bersani che rappresenta gli ex PCI.
E nel senso, aggiungo, che in tutti questi anni non hanno sfondato nè nell'elettorato socialista, nè nell'elettorato di centro, dove ha invece sfondato Forza Italia e il PDL.
Quindi la sinistra si trova in una situazione di sofferenza estrema. Per giunta, avendo appaltato il suo pensiero politico, per un verso ai giustizialisti e per l'altro a Scalfari-De Benedetti, ha finito per perdere anche la sua anima popolare.
Ex comunisti e sinistra DC hanno dato vita ad un partito che è una subalterna espressione di un triangolo di potere élitario, costituito da poteri forti - magistratura - media. La controprova di questo è data in modo esemplare dalla vicenda di D'Alema che ha dovuto smontare l'alleanza che lo aveva portato alla Presidenza del Consiglio, costretto da un “potere superiore” ad eleggere Ciampi.
Il quale, da Governatore della Banca d'Italia, ha portato il Paese alla catastrofe, non avendo capito nulla della vicenda della svalutazione della lira nel 92, ma associato al gruppo di potere imperniato su Espresso-Repubblica, è stato portato al Quirinale. Così l'Italia, per altri anni ancora dopo Scalfaro, ha continuato ad essere governata da Gifuni (longevo segretario generale della Presidenza della Repubblica, ndr) e da altri signori. Su questo potere “superiore” - istituzionale, bancario, finanziario, editoriale, poliziesco, italiano e internazionale - prima o poi bisognerà “accendere un faro” perchè esso è così forte che se ne parla molto poco.
Tuttavia l'operazione “L'Espresso-Ciampi-Magistratura democratica” è stata un'operazione di potere fortissima al vertice, ma debolissima alla base e il PDS-DS ha perso il suo legame con lo stesso elettorato tradizionale e popolare della sinistra.
Così siamo arrivati alla situazione paradossale di oggi, in cui nelle borgate di Roma si è votato per Alemanno, mentre la classe operaia del Nord ha votato Forza Italia e la Lega di Bossi.
Con il Pd stanno alcuni banchieri, alcuni grandi industriali, un pezzo di borghesia radical-chic, un'area di insegnanti, di dipendenti pubblici, di pensionati e di lavoratori dipendenti: la società è sempre più complessa e il centro-sinistra è sempre più ridotto. Ma anche per questo il PdL deve avere una più intensa vita associata per radicare in se stesso il consenso ottenuto per via mediatica ed elettorale di un blocco sociale assai vasto.
C'è stata una vera e propria deviazione della sinistra italiana verso il giustizialismo e verso la sua organica sottomissione ad alcuni poteri forti che gli ha fatto saltare la sua realtà di base.
Oltre a D'Alema costretto a votare Ciampi anzichè uno dei propri alleati post-democristiani, abbiamo visto per giunta come sono stati trattati quando hanno cercato di mettersi a giocare con la grande finanza: le intercettazioni telefoniche, le paginate sui giornali, le minacce giudiziarie sul caso BNL-Unipol. In poche parole gli hanno detto che avrebbero fatto la fine di Craxi se non si fossero levati di torno e se non la smettevano di intervenire su quel livello.
Oggi vivono una mancata realizzazione dei propri progetti e la loro crisi è destinata ad accentuarsi, in una situazione nella quale sono capaci soltanto in una cosa: cavalcare l'anti-berlusconismo senza esprimere altri valori politici e culturali. E tutto questo in fine ha portato all'alleanza con Di Pietro che stanno ingrassando elettoralmente e che esprime ulteriormente il deterioramento della qualità politica della sinistra.

Il congresso del PD modificherà questa subordinazione? O non possono rompere del tutto col giustizialismo e con Di Pietro?

Veltroni aveva avuto un buona idea, quella di andare da soli: “Smontiamo tutto e ci si confronta partito contro partito”. Ma poi si è dovuto alleare con Di Pietro che altro non è che il ritorno del proprio passato, il fantasma della propria origine. Di Pietro chi è? Di Pietro è la forza bruta dell'operazione Mani Pulite e Tangentopoli, la manovalanza di quei centri di potere, del “terzo livello” del golpe del 92-'94. L'averlo ingaggiato (ed è stato emblematico che si siano alleati con Di Pietro mentre hanno dato un calcio a Boselli e Villetti) è stato il coronamento di una involuzione di natura “autoritaria”, ma anche l'espressione di una visione ormai così rozza della vita politica italiana che è difficile che possano diventare maggioritari.

C'è la possibilità che si dividano, quindi?

C'è anche questa possibilità

Nell'ultimo periodo hai insistito molto sulla necessità di ricucire un'alleanza con l'Udc di Casini.

Penso che sia necessario riunire tutto l'elettorato riformista e moderato, e questo significa ristabilire un rapporto anche con l'Udc. E' un rapporto che può riprendere anche in vista delle prossime elezioni regionali dove in molte realtà l'apporto dell'elettorato Udc può essere decisivo. Ma innanzitutto la ragione di una ricomposizione dell'alleanza con l'Udc è la ricomposizione dell'elettorato riformista e moderato.

Nella storia italiana non è la prima volta che il riformismo socialista trova lo spazio per realizzare le proprie idee come “ospite” in campi di differente cultura politica, esiliato dalla sinistra. Ora la tradizione del socialismo riformista vive in un partito del PPE.

Non c'è nel centro-destra una realtà organizzata dei socialisti riformisti, intendo come corrente organizzata.
In tutte le province italiane dove vado, trovo una moltitudine di persone che votavano per il Partito socialista, il grosso dell'elettorato e dei quadri che stavano nel PSI si è spostato stabilmente in Forza Italia e ora nel PdL. Però spontaneamente è emersa una cultura socialista riformista e socialista liberale, insomma un insieme di valori che si richiamano al Liberalsocialismo e che hanno una sempre maggiore influenza nel PDL. Non è per caso che molti ministri dell'attuale governo provengono dalla storia del Psi di Craxi, da Brunetta, a Sacconi, a Tremonti, a Frattini, a Stefania Craxi.
Alla base di questa ripresa della cultura liberalsocialista c'è una lettura revisionista della storia del dopoguerra che non è finalizzata ad una rivalutazione del fascismo, ma è una lettura che smonta tutta la ricostruzione fatta del ruolo del Pci nella politica italiana: una mistificazione del tutto forzata che vorrebbe un PC “italiano” autonomo da Mosca fin dai tempi di Togliatti. In realtà il Pci era legato mani e piedi all'Unione sovietica: anche la “svolta di Salerno” e il fatto che non ci sia stata una seconda guerra civile in Italia non è farina del sacco di Togliatti, ma è una scelta geopolitca di Stalin.
Per tutti gli errori dei gruppi dirigenti socialisti, in primo luogo di Nenni e di Morandi negli anni '40, la potenzialità socialista che c'era nel dopoguerra non si è espressa e noi abbiamo avuto la sventura di avere un partito comunista che, unico in tutta l'Europa occidentale, è stato egemone a sinistra.
Tuttavia abbiamo avuto la fortuna di essere stati liberati dagli anglo-americani e quindi c'è stata risparmiata una “democrazia popolare” che aveva tutte le premesse per essere una vicenda sanguinosa, visto quello che i comunisti sono stati capaci di fare negli anni '46-'47, come oggi ricorda anche Pansa. Per fortuna sono stati bloccati in tempo.
Dunque non hanno nulla da insegnare e oggi attraversano una crisi culturale gravissima. La nuova storiografia post-gramsciana (da Romeo, a Perfetti, ad Aga Rossi, a Zavslaski, a Craveri, a Gianni Donno, allo stesso Lehner) ha smontato la presunta “superiorità culturale” della sinistra comunista e ha messo in evidenza che si tratta di una costruzione del tutto destituita di fondamento per la quale il primo riformista sarebbe stato Palmiro Togliatti: non è affatto vero. Togliatti aveva un legame di ferro con l'Unione sovietica., stendiamo un velo pietoso su ciò che scriveva e diceva negli anni '30. Se andiamo a rivederci i suoi celebrati testi, dalle Domande a Nuovi Argomenti, al Memoriale di Yalta, se andiamo a rileggere gli atti del Comitato centrale del '61 sul XXII Congresso si chiarisce che c'era una cultura organicamente legata allo stalinismo. Una cultura che è entrata in crisi e che Berlinguer, collocandosi in una via di mezzo, ha rimpiazzato con la “questione morale” da cui gli ultimi epigoni hanno coerentemente cavalcato il “giustizialismo”.
L'Italia non è un Paese normale in primo luogo perchè c'è questa forte componente comunista e post-comunista che non ha nulla da insegnare e che ha espresso soltanto disvalori autoritari e reazionari. E che tra l'altro ha sempre criminalizzato l'avversario politico. In questi anni è clamoroso quello che è successo a Berlusconi, ma se andiamo a rivedere quello che hanno detto e scritto contro De Gasperi, contro Fanfani, abbiamo visto che fine ha fatto Moro e come è stata distrutta la Democrazia cristiana, ebbene questa tendenza alla demonizzazione e alla criminalizzazione dell'avversario è un filo rosso, ma tragicamente nero, che percorre tutta la storia italiana e che va da Pci al post-Pci.
C'è stato solo uno spicchio in quella storia che si è opposto a tutto questo (di cui ha fatto parte lo stesso Napolitano), la componente “migliorista”. Ma è sempre stata una componente minoritaria che nel Pci ha avuto una vita assai difficile, tant'è che a Milano non a caso è stata colpita da Mani Pulite (cioè dai pubblici ministeri di Magistratura democratica).
Noi oggi siamo in questa “empasse” proprio perchè c'è stato un passaggio senza soluzione di continuità dal Comunismo al Giustizialismo, in un miscuglio infernale di élites finanziarie, di uso politico della giustizia, di una scorretta gestione dell'informazione fatta in pool dai giornalisti di testate (anche estere) in network tra loro per l' intreccio degli interessi finanziari e speculativi dei loro editori.
Il Liberalsocialismo ha spazio perchè si tratta di una cultura politica che non ha nessun complesso di inferiorità nei confronti dei comunisti, che non ha da farsi perdonare un passato fascista o razzista, che non ha da farsi perdonare complessi di inferiorità che invece hanno avuto e hanno alcuni stessi democristiani, che conosce bene la controparte ex comunista, sia politica che sindacale, e con la quale è capace di misurarsi a viso aperto.

(intervista a cura di S. Carl.)

sabato 12 settembre 2009

RETE ITALIA - RIMINI – 25/08/2009 - ASSEMBLEA NAZIONALE

“Bisogna fare bene e presto”. Con queste parole Roberto Formigoni, leader di Rete Italia, ha concluso la consueta assemblea nazionale che si tiene annualmente a Rimini in concomitanza con il Meeting per l’amicizia tra i popoli. Un auspicio rivolto a tutti coloro che sono impegnati nell’attività del Governo o nelle attività di organizzazione del partito del Popolo della Libertà.

E’ forse questa la sintesi dell’assemblea, come a dire che sui due fronti, tra loro collegati, quello politico e di governo, la sfida è di quelle storiche ed imperdibili (epocali): consegnare al Popolo Italiano un Paese moderno nel rispetto delle origini, della storia, della cultura e delle tradizioni proprie di quel Popolo; consegnare al Popolo Italiano un partito nazionale a base democratica concretamente rappresentativo e partecipato.

L’intervento conclusivo di Formigoni faceva seguito a quello di Ignazio La Russa, coordinatore del Popolo della Libertà, invitato speciale per l’occasione a illustrare lo stato dell’arte sulla costruzione del Popolo della Libertà. Non ci sono alternative, ha detto, il nuovo partito deve raccogliere la sfida. Per questo, ha detto La Russa, lo statuto costituisce una garanzia, uno statuto adeguato per un partito moderno che consente forme partecipative con forti innovazioni. Ma tutto questo sarà possibile solo se vi è una premessa fondamentale, l’affetto verso il partito, quel Popolo della Libertà che ha visto la nascita il 27 marzo di quest’anno.

Sul palco si sono susseguiti, tra gli altri, gli interventi di Mario Mauro, Vicepresidente della Commissione Europea, Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera, di Maurizio Sacconi Ministro del Welfare, Angelino Alfano Ministro della Giustizia. Sono inoltre intervenute persone impegnate in politica sul territorio a vari livelli. La formula assembleare ha potuto dare evidenza delle varie domande che i territori hanno sviluppato, domande tese a porre dubbi e perplessità, ma anche a evidenziare successi e fiducia nello sviluppo del Popolo della Libertà e nell’azione di governo.

Diversi i temi toccati durante l’assemblea, su tutti quello della difesa assoluta della vita umana, sin dal concepimento. Aspetto caratterizzante di ogni tema trattato è quello della sussidiarietà un principio che pone la persona al centro di tutto e fonte ispiratrice di ogni azione politica e di governo, una sussidiarietà che fa pertanto rima con libertà e responsabilità. Per questo i soggetti da tutelare sono quelli della famiglia e dell’impresa, quelli cioè nei quali la persona trova valorizzazione e realizzazione.

Da qui il richiamo dei principali leader di Rete Italia a ricordare che chi fa politica deve ogni giorno riscoprire le ragioni per cui fa politica e a ricordare inoltre che Rete Italia non è un movimento, non è un partito, non è una corrente, ma un metodo che raccoglie amici impegnati in politica, amici che riconoscono questa strada come interessante e utile a svolgere al meglio quella cosa per cui ci si è appassionati e che si chiama appunto politica. Uno strumento, insomma, che può essere utilizzato, dentro il PDL, da chiunque ne condivida fondamenti e metodo.

Michele Grilanda – Coordinatore provinciale di Rete Italia Ferrara – Consigliere comunale di Portomaggiore.

martedì 8 settembre 2009

UNA PIAZZA NON BASTA!

“I Portuensi ritrovano i luoghi della loro storia e della loro identità”.

Suona un po’ beffardo lo slogan che accompagna l’invito ai portuensi a partecipare alle iniziative di inaugurazione della nuova Piazza Umberto I° e del ristrutturato Municipio, il 9 settembre. Che tale inaugurazione costituisca motivo di speranza ed arrivi pure a far sognare, in buona fede, un ritorno all’Antica Portomaggiore, ci può stare. Ma che questo rappresenti un motivo per dimenticare 8 anni di inerzia amministrativa e politica, questo no! Quella della rivitalizzazione del centro di Portomaggiore è un’attesa che dura da troppo tempo per poter passare nel dimenticatoio e ci viene da dire che non basterà, ora, una piazza per superare in un colpo solo i problemi socio economici che si sono ormai sedimentati nel tempo. Per anni l’amministrazione comunale guidata dal Prodiano Gian Paolo Barbieri, a capo dal 2006 di una coalizione di sinistra-centro modello Unione, ha pensato ad altro, ha pensato che i portuensi non fossero la priorità da mettere al centro dell’attenzione dei programmi amministrativi. Così abbiamo visto per esempio dare priorità alla realizzazione di opere come “Portoinforma”: a proposito ma non doveva essere un capolavoro di efficienza? E chi glielo spiega ai pensionati che oggi devono mettersi in fila alle sei del mattino (fila razionata per bacco, 12-15 persone, senno si torna la mattina dopo) per chiedere di rateizzare la bolletta del gas perché altrimenti dovrebbero lasciare là tutta quanta la pensione di un mese? Abbiamo visto dare priorità alle politiche per l’integrazione interpretate prevalentemente secondo uno schema ideologico a senso unico, politiche che, a giudicare dall’insoddisfazione generale con punte di contestazione che si conservano allo stato latente, sembrano riuscite più sulla carta che nei fatti. Abbiamo visto spremere i portafogli dei cittadini con una tassazione che è stata un crescendo esponenziale: il massimo livello è stato toccato con l’addizionale IRPEF, inasprimenti violenti si sono visti nella tassa sui rifiuti, alti livelli sono stati mantenuti con l’ICI. Abbiamo visto in questi anni il festival delle occasioni perdute: mentre territori limitrofi hanno visto accelerare sul fronte dello sviluppo delle aree produttive fungendo da poli attrattivi anche nei confronti di imprese provenienti da altre Province e Regioni d’Italia, Portomaggiore ha visto l’amministrazione frenare e agire con incertezza nello sfruttamento di aree produttive dal potenziale enorme. Ed abbiamo pure assistito questi ultimi anni allo svilimento della tradizionale inaugurazione dell’Antica Fiera di Portomaggiore, per la smania di voler dimostrare la validità del contenitore di Piazza Verdi, già in precedenza citato. I consiglieri comunali tutti, potranno poi aggiungere qualcosa in merito allo svolgimento delle loro funzioni consiliari in luoghi non appropriati. Detto questo, vogliamo anche dire, sempre a chiare lettere, che ci saremo anche noi a festeggiare l’inaugurazione della nuova Piazza Umberto I° e del restaurato Municipio di Portomaggiore. Non è questo in discussione, essendo tra noi quelli che avevano puntato a queste opere già dieci anni fa, come non sono in discussione le qualità estetiche delle opere svolte.

Ma all’oblio no, noi non ci stiamo!

Il gruppo consiliare di Vivi Portomaggiore – Lista Civica

Aurelio Pariali, Michele Grilanda, Enrico Menegatti, Roberto Bulzoni

giovedì 6 agosto 2009

‘Giovane Italia’, è questo il nome del nuovo movimento giovanile del Popolo della Libertà.

‘Giovane Italia’, è questo il nome del nuovo movimento giovanile del Popolo della Libertà.
Ieri lo hanno annunciato Giorgia Meloni e Francesco Pasquali. Il nome è indubbiamente interessante: evoca suggestioni garibaldine e craxiane.
La denominazione era utilizzata, non per caso, dall’associazione che fa capo a Stefania Craxi. “Quando Berlusconi mi ha chiamato chiedendomi di mettere a disposizione dei giovani il nome –ha spiegato la parlamentare Pdl - sono stata molto felice. Sarebbe stato felice anche mio padre, diceva che nuove leve dovevano farsi avanti, con nuove idee e nuovi linguaggi”.
L’auspicio è proprio questo: che il nuovo movimento sia qualcosa di altro rispetto alle esperienze delle ‘solite’ giovanili e rispetto alla ‘fabbrica di organigrammi’ che è ad oggi il Pdl.
Il ministro Meloni ed il responsabile di FI Giovani per la libertà ieri in conferenza stampa hanno annunciato la celebrazione, entro un anno, del primo congresso nazionale.
Un movimento che sarà il risultato del processo di "sintesi", "amalgama" e "osmosi", hanno precisato ripercorrendo la litania che caratterizza il ‘partito dei grandi’, dell'aennina Azione Giovani e del movimento giovanile della ex Forza Italia.
Ecco: lo scoglio da superare è proprio questo. La nuova organizzazione non dovrà scimmiottare il partito, dovrà superare la logica del 70 30, che ad oggi appare l’unica regola che costruisce il Pdl, e dovrà scegliere in maniera chiara e precisa di essere il riferimento dei moderati e dei riformisti del Paese.
La ‘Giovane Italia’ dovrà essere capace, più del partito, di strutturare la intuizione vincente di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere con la sua discesa in campo, con la creazione di Forza Italia prima e del Pdl dopo, ha superato i confini della destra storica.
L’Italia che in questi anni lo ha seguito è il Paese della destra, dei moderati e degli orfani delle grandi tradizioni socialiste, liberali e repubblicane.
In questa lunga cavalcata, iniziata nel 1994 dopo la falsa rivoluzione italiana, Berlusconi è stato capace di dare dignità a tutte le sensibilità e le culture politiche che intendevano opporsi alla logica del conservatorismo dei post comunisti.
Ci è riuscito esercitando la sua leadership e trovando la giusta combinazione fra il socialismo liberale, la destra sociale ed il cattolicesimo democratico.
Questa intuizione ad oggi sembra essere offuscata da chi ha la responsabilità di costruire il Pdl: c’è poco spazio per il confronto fra le proposte e si predilige la realizzazione dell’apparato burocratico, la costruzione degli organigrammi con il bilancino mortificando le culture politiche che contribuiscono al successo del progetto.
Il Movimento giovanile dovrà vincere questa sfida, dovrà dimostrare di essere capace di‘strutturare’ in una chiave moderna l’idea di Berlusconi.
Una organizzazione snella, che abbia regole democratiche e che favorisca, sapendo come costruire la sintesi, la circolazione e lo scontro fra le idee.
I giovani ai quali rivolgersi vanno oltre l’esperienza delle giovanili di An e Fi.
E’ la generazione che ha bisogno di trovare una sintesi fra la cultura cattolica e quella laica, è la generazione che chiede certezze ma che è favorevole ed un mercato del lavoro che cambia, è quella che chiede allo Stato di proteggere i più deboli e di premiare i meritevoli.
E’ la generazione che ha superato il dogmatismo, della destra conservatrice e della sinistra ideologica, e che vuole misurarsi sulle istanze di cambiamento della società.
E’ q uella parte di società che non ha mai conosciuto il ‘sistema dei partiti’ e che non si innamora della strutture verticistiche che imprigionano i talenti.
A queste sfide deve puntare la ‘Giovane Italia’, ricordando il vecchio invito di Bettino Craxi “un vero rinnovamento in ogni caso significa, uomini, idee, linguaggi nuovi”.
Gaetano Amatruda
Il Socialista LAB

lunedì 3 agosto 2009

La fine di un leader: gli spettatori ed i complici

La presentazione di recente a Roma, alla presenza di Stefania Craxi, di un libro curato da Stefano Rolando, Una voce poco fa, dedicato a “Politica, comunicazione e media nella vicenda del Partito socialista italiano dal 1976 al 1994” è stata l’occasione per Walter Veltroni di rievocare la figura di Bettino Craxi.
Bisogna dire subito che questo libro, pubblicato dall’editore Marsilio, e basato su interviste ad una cinquantina di protagonisti socialisti e non della vita politica italiana dei diciotto anni di segreteria Craxi, contribuisce alla storia dell’ultimo periodo del PSI non solo con i punti di vista diversi sui sei grandi temi affrontati – dalla affermazione di Craxi alla crisi finale – ma anche con approfondimenti e documentazione utili e anzi indispensabili alla migliore comprensione di quel periodo storico.
Tuttavia la tecnica del montaggio delle interviste dà al lettore una strana sensazione: come se quelli che parlano, pur essendo stati per lunghi anni attorno a Craxi e nel gruppo dirigente del partito, si atteggiassero ormai a spettatori di un dramma o di uno spettacolo, a seconda delle circostanze. Allo stesso Rolando non sfugge che nelle risposte alla domanda “Cosa scriverà un dizionario storico-politico pubblicato tra 50 anni alla voce Bettino Craxi?” “è presente un certo indugio a scrivere a descrivere Craxi per ‘giudizi generali’ ”.
Così Giuliano Amato, il quale tra l’altro essendo approdato alla presidenza dell’ Enciclopedia Treccani dovrebbe sentirsi personalmente chiamato in causa, si limita a rispondere: “Mah. Scriverà probabilmente che è stato uno dei pochi grandi statisti dell’Italia del secondo dopoguerra, che in un clima di finanziamenti non trasparenti per la politica finì per pagare per primo….”. E’ curioso che proprio tra i più stretti collaboratori di Bettino Craxi affiori questa tentazione di porsi come spettatori, allontanando il calice amaro delle corresponsabilità. Il libro si chiude con una frase di Pietro Nenni: “Ogni persona ha un periodo particolare nella vita in cui si è manifestata in modo più pieno, in cui ha sentito in modo più profondo e si è espressa per intero a sé e agli altri. E qualsiasi cosa accada in seguito, anche di esteriormente importante, ormai si tratta soltanto di un decadimento”. Secondo Ugo Intini, la frase di Nenni si adatta a Craxi: “Craxi ebbe un periodo felice di grandi intuizioni che andò dal Midas fino all’ultimo anno della sua presidenza del Consiglio (sette – otto anni). Poi iniziò una fase più grigia, di stasi e decadimento, fino al crollo finale”. Se la figura di Bettino Craxi deve essere rappresentata come quella di un gigante che trascina gli uomini, e che antropologicamente decade come tutto quello che è vivente; se l’attenzione si concentra sulla sua figura mettendo in ombra la dialettica e lo scontro nel campo dell’ideologia, nella politica estera, nel potere economico non solo nazionale, allora si apre la porta al revisionismo comunista che nella sua migliore tradizione riabilita gli avversari una volta che non possono più nuocere.
E’ quello che ha fatto Walter Veltroni alla presentazione del libro di Rolando, rievocando la figura di Craxi come quella di colui che aveva capito tutto prima degli altri, che si era sempre mosso nel modo giusto e politicamente più appropriato, con la sola eccezione dell’invito ad andare tutti al mare, in occasione del referendum del 1991.
Ma perché Craxi nel 1991 prese quella posizione, che lo avrebbe poi esposto alla sorte di capro espiatorio? Il motivo è senza dubbio da ricercare nel rispetto del segretario socialista per le istituzioni, le cui forme non avrebbero dovuto essere modificate attraverso tagli di parole o mezze frasi in testi così delicati e di primario interesse quali le leggi elettorali. Più che mai giusta dunque, e nel solco della tradizione socialista, popolare e proporzionale, la presa di posizione di Bettino Craxi.
Quando si affrontano le questioni storiche come propaganda, o peggio, come accettazione del passato a giustificazione del presente, non si fa una buona azione. Gli esponenti del PCI che avversarono Craxi e la sua politica di “unità socialista” avrebbero il dovere di giustificare le loro posizioni – che hanno provocato il disfacimento della sinistra – e di rivelare i retroscena interni ed internazionali dei primi anni Novanta; quando essi si convertirono all’improvviso al neo-liberismo e buttarono alle ortiche i sacri testi, da Marx e Engels alla Luxemburg a Hilferding. Veltroni dovrebbe spiegarci il perché e il percome, invece di trasformarsi in un adulatore di Bettino Craxi dieci dopo la tragica morte lontano dalla patria. Bisogna finalmente capire se i post-comunisti furono promotori, o solo complici, della operazione meditico-giudiziaria che distrusse i partiti democratici. Forse Veltroni, in un’altra occasione, potrebbe illuminarci.
Massimo Pini

lunedì 13 luglio 2009

Franco Vanini: l'articolo che non avete mai letto su "il Resto del Carlino Ferrara"

da Franco Vanini, giornalista de il Resto del Carlino - Ferrara, riceviamo e pubblichiamo:

La lotta intrapresa dai genitori (che hanno promosso una petizione che ha raccolto 790 firme), istituzioni scolastiche e il Consiglio comunale, ha smosso le acque per ottenere la terza sezione del tempo pieno nella scuola primaria “Montessori” di Portomaggiore. Documento consiliare preceduto e accompagnato però da una coda di polemiche. Presentato come ordine del giorno all’ultimo momento dall’assessore alla pubblica istruzione Patrizia Pichierri è stato ritirato e poi emendato il giorno dopo. “C’è stato il tentativo di un colpo di mano da parte della maggioranza – commenta Aurelio Pariali, capogruppo di “Vivi Portomaggiore - Lista Civica” – siamo riusciti a evitarlo, proponendo alla giunta Barbieri prima a rinviare l’approvazione e poi a modificare il documento il giorno dopo, convincendola della necessità di trovare un giusto compromesso, senza scaricare sul governo responsabilità che invece spettano alle autorità scolastiche: Ufficio Scolastico Provinciale e Direzione didattica, di concerto con il Ministero. Il problema reale è la ristrutturazione degli organici, che preveda una terza classe non solo il prossimo anno scolastico ma per tutto il quinquennio. Ma la cosa desolante è stato l’intervento "pro domo sua" di qualcuno della giunta che, anziché farsi portatore degli interessi delle famiglie, si è fatto portatore dei propri”. A chi si riferisce? “L’assessore Alex Canella è un insegnante precario della primaria di Portomaggiore: se non è un conflitto di interessi questo! Ad ogni modo l’importante è aver approvato un documento condiviso da tutti, che rafforza le giuste esigenze della nostra comunità”. Non è piaciuto anche al capogruppo di “Insieme per Portomaggiore” Roberto Badolato, la gestione del provvedimento. “Giudicare il ritiro del precedente ordine del giorno come formale – dichiara il leader del centrodestra Roberto Badolato, tra i firmatari della petizione – è riduttivo, in quanto quello nuovo ha cancellato l’evidente attacco contro il governo. Operazione di comodo e finalizzata a salvare la faccia a chi volutamente ha cercato di smarcarsi dalle proprie responsabilità”.

Finora sembra possibile istituire solo due sezioni a 40 ore e due a 27 ore di tempo pieno, lasciando quindi insoddisfatte almeno 26 famiglie. Di qui la raccolta di firme che ha coinvolto centinaia di persone e l’adesione di buona parte dell’opinione pubblica portuense, e l’ordine del giorno siglato all’unanimità dopo una travagliata gestazione. Documento che è stato inviato al Ministero e agli uffici scolastici di vario grado per chiedere “un’integrazione all’organico per salvaguardare l’offerta formativa che tenga conto delle diverse realtà territoriali e sia rispondente alle esigenze espresse dalle famiglie”.


P.S.1

Grazie a Franco Vanini per l'invio.

P.S. 2

Non ho scritto comunicati stampa;

Non ho chiamato giornalisti per un'intervista;

Ho pubblicato su questo blog (e conseguentemente sul mio profilo di Facebook) il documento condiviso, contenente evidentemente le ragioni di tutti i capigruppo consigliari.

Confermo i contenuti del nostro documento del 29/09/2008, anch'esso pubblicato su questo blog.

Ho risposto ad un giornalista che, non presente al consiglio, mi chiedeva come si erano svolti i fatti, (dal mio punto di vista), avendo egli ricevuto un comunicato stampa dal collega capogruppo Badolato (anch'egli assente!).


Aurelio Pariali

lunedì 6 luglio 2009

Katyn 2

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Katyn1

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Proiezione film Katyn

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segue OdG (pag.2)

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Ordine del giorno approvato dalla Conferenza dei Capigruppo consiliari (pag.1)

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venerdì 8 maggio 2009

Vivi Portomaggiore: completata la mappa degli organi direttivi

Portomaggiore, 07/05/2009
Il Consiglio Direttivo della Associazione politica portuense "Vivi Portomaggiore - Lista Civica si è riunito per completare le nomine degli organi direttivi, dopo l'assemblea generale dei soci svoltasi il 20/04/2009. Sono stati eletti alle cariche di Vice Presidente, Segretario e Tesoriere i seguenti soci, componenti del direttivo:
GUIDI ENRICO: VICE PRESIDENTE (nuova carica)
BELLETTI ENRICO: SEGRETARIO (nuova carica)
BOLOGNESI ALFREDO: TESORIERE (riconfermato)
Anche il collegio dei probiviri ha provveduto alla riconferma quale presidente del sig. FIORINI FLAVIO.
Al termine delle elezioni si è provveduto alla programmazione di 3 iniziative culturali patrocinate dalla associazione da svolgersi nei prossimi mesi; in particolare la presentazione del libro "Il Legionario" dell'autore portuense di adozione Alessandro Scano; la proiezione del film Katyn; la proiezione del docu-film "La mia vita è stata una corsa" regia di Paolo Pizzolante.
Infine si sono affrontati i temi più attuali per la comunità portuense: integrazione con immigrati, pianificazione territoriale e sviluppo economico, riorganizzazione offerta scolastica.
Al termine della riunione, dove sono intervenuti tutti i componenti invitati si è dato mandato ai consiglieri comunali di farsi interpreti di diverse interrogazioni e interpellanze in merito alle questioni trattate.

venerdì 24 aprile 2009

Organi di rappresentanza di Vivi Portomaggiore

L’assemblea riunita il 20/04/2009, rielegge all’unanimità Presidente pro-tempore, con votazione palese per alzata di mano:

1. Pariali Aurelio (PRESIDENTE)

Ai sensi dello Statuto, sono eletti membri del Consiglio Direttivo i Sigg.

1) Bolognesi Alfredo; riconfermato

2) Guidi Enrico; nuovo socio e nuovo componente

3) Campi Giovanni; riconfermato

4) Tonegutti Stefano; nuovo componente

5) Galeazzi Paola; riconfermato

6) Pariali Valerio; riconfermato

7) Sisti Claudio; nuovo componente

8) Belletti Enrico; nuovo socio e nuovo componente

Ai sensi dello Statuto, sono rieletti membri del Collegio dei Probiviri i sigg.

1) Bellistracci Marco; riconfermato

2) Roboni Firmino; riconfermato

3) Fiorini Flavio; riconfermato

Ai sensi dello Statuto, sono membri di diritto del Consiglio Direttivo i Sigg.

1)Bulzoni Roberto; (Consigliere comunale)

2)Grilanda Michele; (Consigliere comunale)

3)Menegatti Enrico; (Consigliere comunale) –

4)Colombarini Maria Teresa; (già Componente Commissione consigliare)

5)Bortolotti Giovanni; (già Componente Commissione consigliare)

6)Pasini Claudia; (Componente Commissione consigliare)

Portomaggiore, li 20/04/2009

P.S.

Nella prima convocazione del direttivo e del collegio probiviri verranno nominati il vice presidente, il segretario ed il tesoriere, nonché il Presidente dei p

giovedì 2 aprile 2009

“VIVI PORTOMAGGIORE - LISTA CIVICA”
- Associazione Politica -

Portomaggiore, 02/04/2009 Prot. n._______

 Ai soci fondatori, ordinari, sostenitori e benemeriti
 Ai componenti eletti del Consiglio Direttivo
 Ai componenti di diritto del Consiglio Direttivo
 Ai componenti del Collegio dei Probiviri
 Agli amici e simpatizzanti in indirizzo
Loro sedi

Oggetto: Convocazione dell’Assemblea Ordinaria annuale (art.10 dello Statuto)

Egregi Signori,
ai sensi dell’art. 10 dello Statuto della nostra Associazione politica, il sottoscritto Aurelio Pariali, in qualità di Presidente pro-tempore, convoca con la presente, l’Assemblea Ordinaria Annuale per discutere dei seguenti punti all’ordine del giorno:

1) approvazione del bilancio consuntivo (rendiconto al 31/12/2008)
2) approvazione della relazione del Presidente sulla situazione politica
3) elezione per il rinnovo della carica di Presidente dell’Associazione
4) elezione per il rinnovo dei componenti del Consiglio Direttivo e del Collegio dei Probiviri
5) approvazione della relazione sull’attività dei Consiglieri comunali di “Vivi Portomaggiore”
6) tesseramento 2009 – fissazione termini
7) varie ed eventuali

La riunione del Consiglio Direttivo si terrà, in prima convocazione, il giorno Domenica 19/04/2009 alle ore 9,00 ed in seconda convocazione il giorno:

LUNEDI 20 APRILE 2009 alle ore 20.45

presso la sala riunioni del Ridotto del Teatro Concordia di Portomaggiore, in Corso Vittorio Emanuele II.

Confidando sulla vostra partecipazione, cordialmente saluto.

Il Presidente
Aurelio Pariali.

P.S.
Passate parola agli amici e simpatizzanti! Grazie

martedì 24 marzo 2009

I: AVSI newsletter di marzo 2009

 

 

Da: Ufficio Stampa - AVSI [mailto:ufficiostampa@avsi.org]
Inviato: martedì 24 marzo 2009 11.02
A: newsletteravsi@avsi.org
Oggetto: AVSI newsletter di marzo 2009

 

E' USCITA LA NUOVA NEWSLETTER DI AVSI:

- il Papa in Africa: testimonianze dall'Uganda da chi lavora ogni giorno con i malati di Aids;

- emergenza educazione: inaugurata in Sierra Leone una nuova scuola secondaria;

- cosa abbiamo fatto con il vostro 5xmille;

- speciale Sostegno a distanza: un nuovo numero del periodico Buone Notizie

- i donatori privati e gli incontri degli AVSI Point

 

Fai conoscere la newsletter di AVSI agli amici. Aiutaci a diffonderla!

Ricordiamo che sul sito, dalla home page, è possibile iscriversi gratuitamente.

 

Buona giornata.

Nessun virus nel messaggio in arrivo.
Controllato da AVG - www.avg.com
Versione: 8.0.238 / Database dei virus: 270.11.25/2019 - Data di rilascio: 03/23/09 18:51:00

lunedì 16 marzo 2009

Carissimi,
si è conclusa ieri nel pomeriggio la seconda edizione del meeting di Rete Italia a Riva del Garda.
Nei prossimi giorni sui siti di riferimento, in particolare radioformigoni.it e lareteitalia.it, ampiamente rinnovati, sarà possibile scaricare e vedere gli interventi. Su tutti segnalo: la Lectio Magistralis del Cardinale Scola, lo straordinario intervento del Ministro Sacconi (per contenuti e pathos), il simpatico (ma anche amaro per la realtà che ha rappresentato) intervento del Ministro Alfano e le incursioni di Roberto tornato in grande spolvero.
Estremamente positivo il riscontro di questa seconda edizione che ha visto partecipare 1.200 persone da tutta Italia. Rete Italia è una realtà che cresce!
Importanti le risposte agli interrogativi (numerosi) legati alla nascita del nuovo partito, al ruolo dei laici e dei cattolici nel partito e all'azione di governo sui temi caldi della fiscalità per le famiglie e per le imprese. Nel nuovo PDL Rete Italia è presente e va rafforzandosi!
Ferrara è stata presente con sei componenti ed ha promosso e rinnovato i contatti fino ad ora intrattenuti con i principali esponenti del circuito, da Formigoni a Lupi, da Abelli a Sala, ed ha potuto conoscere i Ministri Alfano e Gelmini. Tra le prime provincie in Italia, insieme a Ravenna, ad averne conosciuto l'avvio, Ferrara deve ora vedere Rete Italia crescere e svilupparsi! Questo dipende da tutti noi, cari amici.
Nei prossimi giorni promuoveremo uno specifico incontro per un aggiornamento generale e per mettere a fuoco i temi amministrativi della nostra provincia.
A risentirci.
Michele Grilanda
Coordinatore provinciale di Rete Italia Ferrara

giovedì 12 marzo 2009

Congresso provinciale NPSI Ferrara

Oggetto: Congresso Provinciale NPSI Federazione di Ferrara

Aurelio Pariali eletto Segretario

Sabato 07/03/2009, nei locali della sede provinciale del partito Nuovo PSI, a Portomaggiore, si sono tenuti i lavori del 1° Congresso Provinciale del partito, guidato dal Novembre 2007 da Aurelio Pariali, già Sindaco della cittadina ferrarese dal 1993 al 2001 e già Coordinatore di Ferrara, nominato dal Segretario Nazionale Stefano Caldoro, all’indomani della diaspora con De Michelis del Giugno 2007. Si è provveduto, giusta Delibera del Consiglio Nazionale del 19/01/2009 ed in conformità alla decisione della Consulta della Segreteria Nazionale del 05/01/2009, alla elezione degli Organi previsti dallo Statuto; in particolare del Consiglio Provinciale, della Commissione di garanzia e del suo Presidente, del Collegio dei revisori e del suo Presidente. Dopo la apertura del dibattito da parte del Coordinatore uscente, che ha relazionato agli iscritti convenuti sulla situazione politica della Provincia di Ferrara e sull’attività svolta durante il mandato ricevuto, è stata posta in discussione ed approvata la mozione congressuale presentata dallo stesso Pariali:

Il socialismo liberale e riformista del NPSI al servizio del progetto del Popolo della Libertà e del Paese”.

Successivamente, il Consiglio ha provveduto alla elezione degli organi dirigenti:

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, Sig. ROBONI FIRMINO;

SEGRETARIO PROVINCIALE, Sig. AURELIO PARIALI;

TESORIERE PROVINCIALE, Sig. BOLOGNESI ALFREDO;

Il Segretario Provinciale Aurelio Pariali, componente del Comitato Provinciale del PdL di Ferrara, è stato designato dal Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna del 07/02/2009 a rappresentare il partito, quale delegato al Congresso Costituente del Pdl.

Ufficio stampa NPSI Ferrara

Interpellanza al Sindaco: Commemorazione Gino Arnoffi

Al Signor Sindaco di Portomaggior

Al Presidente del Consiglio Comunale

Oggetto: interpellanza Gino Arnoffi – Commemorazione e integrazione targa

Signor Sindaco, premesso che:

  • l’Amministrazione comunale ha recentemente intitolato una Via del Capoluogo alla memoria del nostro concittadino Gino Arnoffi, deceduto in Russia durante la seconda guerra mondiale, decorato con la medaglia d’oro al valor militare;
  • che tale intitolazione concretizza l’impegno assunto nelle passate legislature nei confronti dei famigliari ed in particolare del figlio sig. Arnoffi Viler che pose per primo all’attenzione del Comune e del Comitato per le onoranze ai caduti civili e militari di Portomaggiore, il caso del padre e dei tanti caduti con onore durante l’assolvimento del loro dovere militare, tanto da promuovere iniziative istituzionali che coinvolsero anche l’allora Presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro;
  • che purtroppo, per ragioni certamente riconducibili a fattori burocratici ed amministrativi la Via che è stata intitolata alla memoria del caduto Gino Arnoffi fu intitolata senza una minima e degna cerimonia, come invece il caso imponeva e che, soprattutto, la targa apposta ometteva la motivazione di “medaglia d’oro al valor militare” e quanto altro utile ad identificare correttamente il nostro concittadino;

tutto ciò premesso

la interpello per conoscere se è a conoscenza dei fatti indicati e quali attività intende svolgere, nel prossimo futuro, al fine di ovviare a tale situazione e garantire che venga dignitosamente onorata la memoria di Gino Arnoffi, come tra l’altro già fatto anche da altri Comuni, interpretando così, rispettosamente la volontà dei famigliari.

Sono certo che non resterà insensibile a quanto richiesto e Le manifesto sin da ora la disponibilità a contribuire, per quanto possibile, alla buona riuscita di quanto si dovrà programmare. Cordialmente.

Per il Gruppo consiliare

“Vivi Portomaggiore – Lista Civica”

Aurelio Pariali

Portomaggiore, 01/03/2009

lunedì 2 marzo 2009

Nuovo Partito Socialista Italiano: la storia

Il Nuovo Partito Socialista Italiano più noto semplicemente come Nuovo PSI, è un partito politico italiano nato il 19 gennaio 2001 dalla fusione del Partito Socialista di Gianni De Michelis e della Lega Socialista di Bobo Craxi e Claudio Martelli. Pur definendosi un partito socialdemocratico, avendo chiari legami con il vecchio Partito Socialista Italiano e essendo pure stato membro del gruppo del Partito del Socialismo Europeo al Parlamento europeo, fa parte dello schieramento di centro-destra denominato Il Popolo della Libertà, nel quale rappresenta la sinistra interna accanto ad ampi settori di Forza Italia e ad altri gruppi di matrice socialdemocratica.

Il partito, che si considera continuatore della linea politica del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, si richiama all'unità dei socialisti italiani, laici, liberali, autonomisti e riformisti, e ai principi ispiratori del socialismo democratico e del liberalismo sociale. Ha aderito e ha militato nella Casa delle Libertà (con la quale si è presentato alle elezioni politiche del 2001 e del 2006).

Il partito, nel corso della sua attività, è stato interessato da due scissioni. Ad ottobre 2005 l'ala facente capo a Bobo Craxi si è allontanata fondando successivamente un nuovo movimento (I Socialisti Italiani) che si è alleato con l'Unione.

A giugno 2007 si è creata una ulteriore divisione in due parti: l'una, facente capo a Gianni De Michelis (che ha eletto segretario Mauro Del Bue) ha aderito alla Costituente Socialista promossa dallo SDI; l'altra ha eletto segretario Stefano Caldoro e sostiene la piena adesione del partito alla Casa delle Libertà. Si sono svolti, pertanto, due congressi paralleli sulla cui legittimità esistono contrasti. Nel settembre 2007 è stata ufficializzata la scissione del gruppo di De Michelis, il nome Nuovo Psi rimane al gruppo dell' on. Stefano Caldoro.

Il quotidiano ufficiale del partito è il Socialista Lab.

Il Nuovo PSI, nonostante l'esplicito richiamo alla tradizione socialista (che appartiene all'area della sinistra riformista), dopo poco tempo dalla sua costituzione, decide di aderire al progetto politico di Silvio Berlusconi prendendo parte alla fondazione della Casa delle Libertà, la coalizione di centrodestra che vince le elezioni del 2001 e guida il Paese per il quinquennio successivo.

Fra le motivazioni di questa scelta, viene ribadita dagli esponenti del Nuovo PSI l'impossibilità di dialogo all'interno della sinistra, l'eccessiva litigiosità interna alla coalizione dell'Ulivo e la necessità di aspettare la fine della "crisi che corrompe la sinistra dall'interno", come ha sostenuto il segretario De Michelis.[1]

La Casa delle Libertà esce vittoriosa dalle elezioni del 2001 e dà vita al nuovo governo guidato da Berlusconi, nel quale il Nuovo PSI è rappresentato da Stefano Caldoro, sottosegretario all'Istruzione, Università e Ricerca.

Il partito, nella quota proporzionale della Camera dei deputati raccoglie 350 mila voti, pari all'1% dei consensi ed elegge rappresentanti parlamentari appoggiati dalla CdL: tre deputati (Bobo Craxi e Vincenzo Milioto in Sicilia, Chiara Moroni in Lombardia) e un senatore (Francesco Crinò in Calabria).

Nel corso della legislatura, il Nuovo PSI si trova più volte in contrasto con le posizioni assunte dal Governo, in particolare con gli esponenti della Lega Nord che dimostrano una certa avversione verso le ideologie e le strutture partitiche della Prima Repubblica, a cui si rifà esplicitamente il Nuovo PSI. Chiara Moroni, in particolare, è vittima di un episodio di attacchi verbali in Parlamento, in seguito al quale il Nuovo PSI minaccia di uscire dalla CdL e, pertanto, diserta per un certo periodo di tempo i vertici di maggioranza.

Intanto, il Nuovo PSI si fa promotore di un'azione di ricomposizione delle forze socialiste disseminate per la politica italiana, disperse al momento dello sfaldamento del PSI: il primo passo lo compie in occasione delle elezioni europee del 2004 quando propone ai socialisti dello SDI di realizzare una lista comune. Ma i colleghi, alleati del centrosinistra, preferiscono aderire all'appello del progetto riformista di Romano Prodi prendendo parte alla lista di "Uniti nell'Ulivo" ed entrando nella cosiddetta Fed.

De Michelis e gli altri, allora, fanno un'alleanza con altri movimenti affini come il Movimento di Unità Socialista di Claudio Signorile, per raccogliere varie anime socialiste e presentano una lista in nome dell'unità, denominata "Socialisti Uniti per l'Europa", una formazione che raccoglie il 2% a livello nazionale ed elegge due parlamentari europei, il segretario De Michelis e il giovane Alessandro Battilocchio.

Oltre ai tentativi di unità socialista, il partito è anche impegnato nel costruire accordi poltici ed elettorali con i movimenti di area liberale.

Già in occasione delle Europee del 2004, nella lista dei Socialisti Uniti viene candidato come indipendente un esponente del Partito Liberale; dopo questa consultazione si apre un dialogo, oltre che con il PLI, anche con il PRI per promuovere una federazione aperta a tutte le componenti dell'area laica, finalizzata ad affrontare insieme i successivi appuntamenti elettorali, visto che ormai sembra chiuso il dialogo con i socialisti dello SDI impegnati in una federazione ulivista alla quale il Nuovo PSI non ha intenzione di aderire.

Alle elezioni regionali del 2005, in alcune regioni si effettua tale accordo dando vita alle liste della cosiddetta "Casa Laica", progetto di cui si è discusso molto sulle pagine del quotidiano liberale L'Opinione.

In occasione delle elezioni regionali, il Nuovo PSI si presenta insieme alle liste della CdL (ad eccezione che in Basilicata e Umbria, dove preferisce correre da solo). Viene confermato il punto di forza in Calabria, dove il partito raggiunge il 5,4%, la punta più alta in assoluto.

A seguito di questi risultati, emerge nel partito la figura di Saverio Zavettieri, leader calabrese del Nuovo PSI, che più tardi (giugno 2005) si candiderà al di fuori dei due poli alle elezioni suppletive della Camera raggiungendo il 15% dei consensi e superando il candidato della Casa delle Libertà, fermo al 14,5%.

La CdL, in ogni caso, perde le regionali (la coalizione di centrosinistra si aggiudica 12 regioni su 14): questo episodio determina la crisi di governo e costringe Berlusconi a dimettersi e a formare un nuovo esecutivo per riconquistare la fiducia e l'appoggio degli alleati. In questa fase, Stefano Caldoro viene "promosso" ministro con la delega all'Attuazione del Programma di Governo, e la rappresentanza del Nuovo PSI nel governo si allarga a Giovanni Ricevuto (viceministro all'Istruzione) e Mauro Del Bue (sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti).

Una corrente del Nuovo PSI, su spinta di Bobo Craxi e Saverio Zavettieri, chiede di dichiarare conclusa l'alleanza con la CdL e di ricercare un'intesa a sinistra per raggiungere l'unità delle forze socialiste. De Michelis non è d'accordo e afferma che ci dev'essere sì una disponibilità all'apertura verso sinistra, ma non bisogna fare di questo il motivo conduttore del congresso in arrivo, decisivo per stabilire le nuove alleanze.

Il Nuovo PSI, dunque, guarda all'evoluzione dello scenario socialista: in primo piano c'è l'accordo fra lo SDI e i Radicali Italiani, che organizzano, nel settembre 2005, la "convention" laica, socialista, radicale e liberale con l'obiettivo di gettare le basi per un nuovo soggetto politico sul modello di "Fortuna, Blair e Zapatero". Tale progetto si concretizzerà, poi, con la costituzione della Rosa nel pugno, alleanza elettorale che aderirà alla coalizione di centrosinistra, L'Unione.

Rappresentanti del Nuovo PSI partecipano all'iniziativa e c'è un simbolico abbraccio tra Gianni De Michelis ed Enrico Boselli, leader dello SDI, ma la strada per l'unità socialista a sinistra viene reputata ancora "lunga e faticosa".

Le diverse anime del partito emergono nel difficile congresso straordinario che il partito tiene dal 21 al 23 ottobre 2005 presso la Fiera di Roma. È il momento della conta fra le due mozioni, una presentata dal segretario nazionale De Michelis, l'altra da Craxi in collaborazione con Zavettieri ed altri "compagni".

  • La prima mozione chiede di valutare le condizioni, cercando di perseguire l'obiettivo dell'unità socialista, ma verificando prima la natura delle future alleanze: sostiene che non si può decidere, in quella data, di abbandonare definitivamente la Casa delle Libertà. A sostegno di questa tesi si schierano il ministro Stefano Caldoro, la deputata Chiara Moroni, l'europarlamentare Alessandro Battilocchio, che non vogliono scendere a patti con quei soggetti politici (il riferimento è ai post-comunisti) che sono stati artefici della diaspora socialista sul finire della Prima Repubblica.
  • La seconda mozione, che propone la segreteria di Bobo Craxi, chiede di tagliar corto col passato: uscire immediatamente dal Governo di centrodestra, dichiarare conclusa l'alleanza con la CdL e perseguire l'unità socialista nel centrosinistra. Favorevole a questa strada sono l'anima calabrese (molto consistente nel partito) con il leader Zavettieri e il senatore Francesco Crinò, insieme ad altri delegati.

Il congresso fa vivere momenti molto convulsi: in aula si creano tafferugli e la stragrande maggioranza dei delegati che sosteneva la mozione De Michelis abbandona l'aula mentre la parte restante dei partecipanti acclama Craxi nuovo segretario.

Da questo momento nasce il paradosso dell'esistenza di due Nuovi PSI: sia Craxi sia De Michelis si auto-dichiarano segretari. Pochi giorni dopo, una sentenza della commissione di garanzia del partito mette provvisoriamente ordine fra le carte: il convulso congresso viene dichiarato nullo perché non c'è stato l'accreditamento dei delegati. Pertanto De Michelis viene confermato alla guida del Nuovo PSI, unico titolare del nome e del simbolo del partito. Craxi presenta ricorso.

In seguito a questi fatti, il partito va incontro ad una scissione di fatto. Con lo svolgimento del consiglio nazionale, il 29 ottobre, che riconferma la fiducia a De Michelis, si presenta anche un "terzo fronte" all'interno del partito, che sceglie di stare con De Michelis per evitare altre spaccature ma non ne condivide la linea politica. È la posizione del ministro Caldoro e dell'on. Moroni, che personalmente si astengono nella votazione della fiducia seguiti dai loro delegati.

Ma il 28 dicembre 2005 arriva la sentenza del Tribunale Civile di Roma in primo grado un giudice monocratico accoglie il ricorso presentato da Bobo Craxi e lo proclama segretario nazionale del Nuovo PSI, riconoscendogli piena titolarità legale del nome e del simbolo del partito. De Michelis, tuttavia, non rinuncia alla battaglia legale, presenta appello, che sarà giudicato valido con sentenza di secondo grado in via definitiva il 25 gennaio 2006, sempre per ordinanza dello stesso Tribunale di Roma (che decreta la nullità del congresso di ottobre), e ritorna legale rappresentante del partito. A questa sentenza Bobo Craxi non presenterà alcun appello di fatto riconoscendo la veridicità dei fatti.

La scissione definitiva e perentoria si consuma a gennaio 2006.

  • Giorno 7, già prima della sentenza di appello, Craxi annuncia ufficialmente di abbandonare la Casa delle Libertà e di sottrarre l'appoggio al Governo. Craxi, al tempo stesso, comunica che il suo gruppo non confluirà nella Rosa nel Pugno, in quanto l'intesa radical-socialista rappresenta una cosa diversa dall'auspicata unità dei socialisti. Successivamente fonderà, pertanto, un nuovo movimento, I Socialisti, e si presenterà autonomamente all'interno dell'Unione.
  • Giorno 12, De Michelis ribadisce l'appartenenza del Nuovo PSI alla Casa delle Libertà, dopo aver già avviato contatti per raggiungere un accordo elettorale con la Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi e presentare una lista unitaria alle elezioni politiche. L'adesione al centrodestra è annunciata in una conferenza stampa con il Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi.

La lista DC-PSI punta a rappresentare una "terza identità", un ritorno alle idologie del passato ritenute ancora valide per la politica attuale. All'indomani delle elezioni, però, la lista ottiene una media di voti inferiore alle aspettiative: 285 mila alla Camera (0,7%) e 190 mila al Senato (0,6%). In ogni caso, grazie alle norme previste dalla legge elettorale appena introdotta, partecipa alla ripartizione dei seggi della Camera in qualità di "miglior perdente" della coalizione (è stata la lista più votata, al di sotto dello sbarramento del 2%).

Il Nuovo PSI elegge quattro deputati: due nelle liste DC-PSI, De Michelis (che poi opta per la carica di parlamentare europeo, lasciando il posto a Lucio Barani) e Mauro Del Bue; due nelle liste di Forza Italia, Chiara Moroni e Giovanni Ricevuto. Questi ultimi non condividendo il percorso politico di Gianni De Michelis ed emarginati, decidono, di aderire al gruppo parlamentare di FI, del quale la Moroni diventa vicepresidente. Il Nuovo PSI, dunque, rimane con una rappresentanza parlamentare di due deputati, Barani e Del Bue, che aderiscono al gruppo Democrazia Cristiana-Partito Socialista.

All'indomani delle elezioni che vedono la vittoria del centrosinistra e la costituzione del Governo Prodi II, il Nuovo PSI sceglie la linea dell'autonomia: si dichiara indipendente dai poli e, già al referendum costituzionale del 2006 sulla riforma federalista, lascia libertà di voto ai suoi elettori. Si dichiara all'opposizione del governo di centrosinistra, esprimendosi criticamente nei confronti della Legge Finanziaria del 2007 ma, insieme all'UDC e al PRI, non partecipa alla manifestazione di protesta organizzata dalla CdL, preferendo le vie parlamentari.

Ad aprile 2007, il segretario dello SDI Enrico Boselli lancia una "Costituente Socialista", con l'obiettivo di far nascere una nuova forza ispirata alla socialdemocrazia. In questa circostanza, e in previsione del futuro appuntamento congressuale, De Michelis si esprime in favore della proposta, con l'obiettivo di raggiungere l'unità dei socialisti nel centrosinistra.

A questo punto, il Nuovo PSI si spacca nuovamente in due tronconi: il coordinatore nazionale e già ministro Stefano Caldoro è contrario alla Costituente e sostiene che il partito debba mantenere la scelta di campo effettuata nel 2001 rimanendo organico alla CdL.

Il Congresso è convocato dal Consiglio Nazionale per il 23 e 24 giugno (al termine di una riunione burrascosa e piena di scontri, ma chiusasi all'unanimità). Il 26 maggio De Michelis riconvoca il CN perché ritiene che il termine per la presentazione delle mozioni sia stato fissato illegittimamente (e stabilisce una nuova data per il Congresso: il 7 e 8 luglio). L'area vicina a Stefano Caldoro ritiene illegittima quest'ultima presa di posizione e decide di proseguire nello svolgimento del congresso del 23-24 giugno all'Hotel Midas di Roma, data prefissata dal Consiglio Nazionale: in quel Congresso viene eletto segretario nazionale del Nuovo PSI Stefano Caldoro, che ribadisce l'appartenenza del partito alla Casa delle Libertà. È sostenitore di queste posizioni anche il deputato Lucio Barani.

Due settimane più tardi si svolge il congresso della componente di De Michelis che approva la sua mozione con la quale aderisce alla "Costituente Liberal socialista" insieme allo SDI di Boselli e a I Socialisti Italiani di Bobo Craxi, abbandonando la CdL. Questo congresso elegge segretario nazionale Mauro Del Bue, deputato, mentre De Michelis viene proclamato presidente. È sostenitore di queste posizioni anche l'europarlamentare Alessandro Battilocchio.

In occasione dell'annuncio da parte del leader del centrodestra, Silvio Berlusconi della creazione di un nuovo soggetto unitario della coalizione, il Popolo della Libertà, il Nuovo PSI, diretto da Stefano Caldoro, aderisce da subito al processo costitutivo del partito. Il Nuovo PSI è perciò presentato all'interno delle liste del PdL in occasione delle elezioni politiche indette dopo la caduta del Governo Prodi II, elezioni che hanno visto la vittoria della coalizione PdL-LN-MpA.

venerdì 20 febbraio 2009

Il cattocomunista di Ferrara

Come riporta diligentemente la biografia pubblicata sul suo sito, Dario Franceschini ha pubblicato nel 1985 il libro Il Partito Popolare a Ferrara. Cattolici, socialisti e fascisti nella terra di Grosoli e Don Minzoni e sullo stesso argomento ha partecipato a convegni e a varie pubblicazioni. Ma anche se ha scritto delle vicende dei popolari di don Sturzo, il nuovo reggente del Pd, nel proprio dna politico, non ha nulla del popolarismo sturziano. È, piuttosto, un dossettiano alla brazadela, il dolce ferrarese a forma di ciambella. Un cattocomunista di provincia, Dario Franceschini. Una quinta fila della Democrazia Cristiana. Un tizio che nel 1992, da candidato Scudocrociato alla Camera dei Deputati, ha raccolto appena 7 mila preferenze contro le 50 mila di Pierferdinando Casini, le 36 mila di Nino Cristofori, le 25 mila di Pierluigi Castagnetti e le 15 mila di Carlo Giovanardi. Dunque un candidato che gli elettori dell'Emilia Romagna, quando c'era ancora il voto di preferenza, avevano ampiamente giudicato. E bocciato.
Franceschini, del resto, nella Dc non era nessuno (l'incarico «top» per lui è quello di capogruppo in consiglio comunale!). Nel '93 non si fa quindi grossi scrupoli ad abbandonare la Balena Bianca per abbracciare, attraverso la zattera dei Cristiano sociali, il Pds. I comunisti, grati, lo nominano assessore alla Cultura e al Turismo della sua città, Ferrara, che aveva avuto la fortuna di vedere democristiani di ben altra levatura come, appunto, Nino Cristofori o Paolo Siconolfi.
Quando, un anno dopo, Dario decide di fare per conto suo, candidandosi a sindaco di Ferrara con una lista composta da Cristiano Sociali, Laburisti e Verdi, si ferma al 20%. Il successore di Veltroni rientra successivamente nel Ppi, quando Marini, Castagnetti e Bindi sciolgono gli indugi e si alleano definitivamente con la sinistra. Quindi, nei governi D'Alema e Amato, Franceschini ricoprirà l'incarico di sottosegretario alle Riforme istituzionali. Fondatore della Margherita e del Partito democratico, dal 2006 al 2008 guiderà il gruppo dell'Ulivo alla Camera. È in questa veste che si segnala al grande pubblico - in occasione di una puntata di Ballarò - per non aver saputo rispondere ad una domanda di Giulio Tremonti sull'ammontare del debito pubblico e del Pil italiano. Più recentemente, a proposito del caso Englaro, il cattocomunista ferrarese si è apertamente schierato con le sentenze che hanno determinato la morte di Eluana. Il tutto, ovviamente, in barba al suo presunto ruolo di cattolico impegnato in politica. In conclusione, per la reggenza del Pd non si poteva trovare interprete migliore di questo dossettiano di provincia per sintetizzare l'unione tra comunisti e democristiani di sinistra.

Andrea Camaiora
giovedì 19 febbraio 2009
Ragionpolitica

giovedì 5 febbraio 2009

BILANCIO DI PREVISIONE 2009 RELAZIONE AL CONSIGLIO COMUNALE DEL 29/01/09

Il Gruppo consigliare Vivi Portomaggiore Lista Civica vuole con questo intervento dare un contributo al dibattito consigliare di stasera soffermandosi sulla relazione del sindaco e sul bilancio in senso stretto con tutti i suoi allegati di legge.

Il Gruppo ha svolto un lavoro di approfondimento dei documenti che ci sono stati consegnati, cui hanno contribuito tutte le risorse del nostro movimento civico, ed ha elaborato una serie di considerazioni e proposte con l’intento costruttivo, consapevole che in un momento come quello attuale, caratterizzato da una fase dell’economia molto critica che non trova esempi di riferimento nel passato, sembra ragionevole cercare di andare oltre gli steccati per ricercare idee originali ed energie nascoste e provare a dare concretamente una spinta nuova allo sviluppo economico e sociale del territorio.

Non è per cominciare con tono polemico, ma occorre rimarcare che, da un lato il bilancio si trova sostanzialmente ingessato sulle scelte compiute in questi anni e quindi è immodificabile nel breve, dall’altro la giunta non ha compiuto alcuno sforzo per tentare di ascoltare concretamente già in fase previsionale le idee delle forze di minoranza che nei numeri di fatto rappresentano la maggioranza dei cittadini. Abbiamo detto ascoltare, non necessariamente recepire. In democrazia l’ascolto è già un grosso passo avanti nel tentativo di costruire un clima politico istituzionale di rispetto, premessa indispensabile per la maturazione di un tessuto sociale unito e collaborativo.

Partire dicendo la mia idea è giusta, la tua è sbagliata, significa già minare fortemente alla base ogni possibilità di elaborare nuove strategie, sviluppare concetti nuovi, liberare energie. Purtroppo la politica di oggi, definita da molti di tipo muscolare, oltre ad imporre una scelta di campo (che in una democrazia matura ci sta), si muove secondo la logica del: di qua c’è la parte giusta di là c’è la parte sbagliata, di qua ci stanno i buoni di là ci stanno i cattivi.

Anche Portomaggiore non esce indenne da questa logica, e in questo anche la minoranza forse ha i suoi demeriti, tuttavia chi governa ne è maggiormente responsabile.

Passando alla relazione del sindaco possiamo dire che quella di quest’anno ha senz’altro il pregio di esporre molto chiaramente una serie di concetti e di posizioni politiche, e in questo stimola il dibattito. In altri termini emerge nitidamente il Barbieri-pensiero che più o meno è questo: le cose si fanno così e così e noi le abbiamo fatte esattamente così e così, e Portomaggiore sta venendo su a nostra immagine e somiglianza, una città dove, sempre secondo il sindaco-pensiero, tutto va abbastanza bene (cioè nella media) ed è possibile trovarvi anche qualche eccellenza.

Se volessimo seguire un certo filone di pensiero potremmo chiosare dicendo che le cose buone la società le produce nonostante i governi! Oppure potremmo iniziare elencando tutte le cose che in realtà proprio bene non vanno.

Tuttavia vogliamo fare un ragionamento un po’ più articolato a partire dal fatto che le tabelle statistiche presentate pur costituendo un utile punto di partenza, richiederebbero un’integrazione di dati, comparazioni ed elaborazioni, al termine delle quali potremmo anche ottenere chiavi di lettura nuove e talvolta diverse rispetto a quelle illustrate.

Sul tema dell’evoluzione demografica e dell’immigrazione abbiamo una visione non esattamente conforme a quella del sindaco e della giunta: non possiamo far finta di non vedere che la crescita demografica è stata determinata essenzialmente dall’immigrazione per la quale, a tutt’oggi, sostenere che la stessa abbia portato con sé nella nostra piccola cittadina più opportunità che problemi risulta essere un esercizio quantomeno difficile. Non siamo abituati ad archiviare come “montagne di stupidaggini e leggende metropolitane” le preoccupazioni della nostra popolazione e, su questo filone, aggiungiamo che non ci sfiora neppure minimamente l’idea che la scelta di far frequentare i figli ad una scuola media alternativa a quella di Portomaggiore sia da attribuire ai desideri egoistici di poche famiglie benestanti.

Il tema è serio e va affrontato con una veduta ampia, cosa alla quale non si è sempre preparati, occorrerebbe soprattutto la capacità di percepire, accogliere e saper rispettare anche a chi le problematiche le vede e le vive in maniera diversa da chi governa; altrimenti rischiamo di praticare una discriminazione al contrario.

Sui servizi resi all’infanzia e sulla sussidiarietà forse si potrebbe tentare di aprire nuove piste e questo non tanto perché esistono sul campo diverse idee di sussidiarietà (la sussidiarietà non può assumere infatti diversi significati a seconda delle finalità che si pone chi la interpreta), ma piuttosto perché vi sono realtà in campo nazionale ed internazionale che vantano una lunga esperienza di sussidiarietà, esperienza dalla quale potrebbe essere interessante attingere prima di considerare come “una delega in bianco ai privati” tutto ciò che non corrisponde al sindaco-pensiero.

Per esempio relativamente ai servizi nido, pre materna e materna occorrerebbe mettere a fuoco anche la domanda inespressa che non sempre deriva da inesistenza della domanda. Quanti bambini e quante famiglie non fruiscono di alcun servizio, né pubblico né privato? Quante di queste non lo hanno chiesto ma potrebbero chiederlo se vi fossero condizioni diverse? Vi è senz’altro una domanda latente che va considerata per stabilire con più precisione il grado di efficacia dei servizi esistenti.

In altri termini dovremmo fare riferimento a tutta la popolazione in età prescolare e verificare se la libertà di scelta dei servizi è effettivamente garantita e percepita.

Il lato dell’offerta è sostanzialmente rigido: la tipologia è impostata su servizi tradizionali, i classici nido e materna, pubblico e/o privato. Stiamo parlando di servizi il cui spessore qualitativo non si discute, ma se andiamo sulle alternative l’offerta è inesistente. Mancano del tutto servizi all’infanzia diversificati, più leggeri e flessibili che si adattino a molteplici esigenze e diverse capacità di spesa ed inoltre non poggino in maniera essenziale sul finanziamento pubblico.

Su questo fronte per esempio rammentiamo che le famiglie che non fruiscono di servizi si accollano anche una quota di spesa di tutte le famiglie che ne fruiscono: ci chiediamo se questo è ancora sostenibile in prospettiva e soprattutto se oggigiorno è giusto. Per non parlare delle famiglie che frequentando i servizi privati, per scelta o per impossibilità di accedere al servizio pubblico, finiscono per pagare due volte: prima le tasse dovute per coprire il deficit del servizio pubblico poi la retta privata. Questa non è sussidiarietà, è discriminazione.

Dovremmo stimolare l’ampliamento della gamma offerta di servizi, coinvolgendo e responsabilizzando le famiglie stesse, mettendo poi tutti nella condizione di avere le medesime opportunità e i medesimi costi in maniera da garantire una effettiva libertà di scelta.

La sussidiarietà parte dal presupposto che il pubblico non necessariamente deve essere gestore di servizi, bensì deve assicurare che i servizi vengano resi e ne sia controllata la qualità. Sussidiarietà è insomma un altro nome della libertà come persone ben più autorevoli di me hanno già evidenziato, un metodo che lascia più risorse nelle tasche delle famiglie e delle imprese, veri anticorpi di una crisi che affonda le sue radici nel terreno delle motivazioni antropologiche.

Relativamente al quadro economico locale sarebbe utile prendere in esame un arco temporale più significativo del solo anno 2007 e considerare anche i dati sull’occupazione. Comunque l’analisi dovrebbe evidenziare, in parte confermando quanto contenuto nella relazione del sindaco, quella che sembra essere una costante degli ultimi 15 anni circa: cioè un lento recupero di posizioni perdute in maniera drammatica tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ’90.

Piuttosto spiace rimarcare come non sia stata sfruttata l’occasione rappresentata dalle potenzialità dell’area del Persico per dare una vera svolta allo sviluppo dell’economia portuense. Qui la giunta dopo avere abbandonato il progetto uscendo dalla società mista SIS ha posto significativi vincoli allo sviluppo dell’area rendendone più difficile il decollo. Per cui la domanda che sorge spontanea è: quale sarebbe stato lo sviluppo complessivo del territorio se il comune avesse creduto e investito decisamente su questa area?

Interessante è l’accento posto sul settore turismo, tuttavia vorremmo capire meglio i dati riguardanti gli arrivi e le presenze, a cosa sono dovuti e come sono calcolati, dati che in valore assoluto sono però ancora modesti e lasciano pensare ad una decisiva influenza esercitata da motivi di lavoro.

Passando a tematiche più generali di politica finanziaria, neppure noi siamo entusiasmati dalla social card, tuttavia non sentiamo assolutamente la mancanza delle “tasse bellissime” di Padoa-Schioppa, Prodi e Visco-Bersani, e le poche perplessità suscitate dall’eliminazione dell’ICI sulla prima casa sono di poco conto per noi che consideriamo la tassa sulla casa di abitazione come una vera e propria ingiustizia.

Dovremmo piuttosto fare il punto sull’addizionale comunale IRPEF dopo la riforma del 2007 che ha prodotto un incremento di tassazione locale inversamente proporzionale al reddito e alla situazione famigliare. Due anni fa avevamo messo sotto accusa questo meccanismo perverso ed avevamo anche proposto emendamenti per introdurre soglie di esenzione per le fasce di reddito più basse: la proposta è ancora valida ed invitiamo la giunta a farla propria.

Passiamo ora alla parte numerica, il bilancio in senso stretto.

Notiamo che complessivamente le entrate sono in calo, un calo che al netto dell’effetto fuoriuscita casa protetta, si attesta intorno ai 300 mila euro determinato solo in minima parte da riduzioni di trasferimenti erariali (25 mila euro): proventi da oneri di urbanizzazione, dividendi da partecipate e proventi da servizi cimiteriali sono, come evidenziato anche dalla relazione revisionale e programmatica, le cause principali della riduzione delle entrate. La giunta cerca di arginare il fenomeno calcando nuovamente la mano sulle sanzioni derivanti da violazioni al cds (+11%), cosa che noi critichiamo perché ancora una volta lo strumento viene utilizzato per le politiche di bilancio anziché come deterrente alle violazioni.

Il lato della spesa corrente paga il conto di questa riduzione di entrate. A pagarne le spese sono i settori della cultura (-47%), dello sport (-4%), del turismo (-33%); quest’ultimo in piena contraddizione con le buone intenzioni manifestate nella relazione del sindaco.

In merito invece alle attività produttive ci chiediamo dove sono stati allocati i 200 mila euro di contributi provinciali visto che per le funzioni nel campo dello sviluppo economico abbiamo un aumento di spesa di € 120.000?

Ma nei numeri il punto critico di questo bilancio sembrerebbe essere rappresentato dalla difficile sostenibilità degli oneri finanziari nel lungo termine, oneri finanziari che derivano dalla previsione di ricorso al credito per un importo di oltre 9 milioni di euro in tre anni. Il dubbio viene avanzato già dalla relazione previsionale e programmatica della Giunta, dove si parla di criticità, quindi non siamo certo noi i primi a dirlo e a pensarlo.

Ciò è tanto più vero se si osserva che il periodo che abbiamo davanti a noi vedrà un sensibile calo delle entrate, come abbiamo già detto. Non basterà certo, al fine di invertire la tendenza delle entrate, il previsto aumento di introiti derivanti dalle infrazioni al codice della strada (+11%) e non potrà neppure essere utilizzata la leva fiscale già ai massimi livelli qui a Portomaggiore.

Questo lo diciamo pur evidenziando che tra le opere programmate ve ne sono di quelle condivisibili perché recuperate da precedenti programmazioni della Giunta Pariali 1997-2001 (recupero centro storico, Concordia, nuova scuola media nel Polo Scolastico, nuova piscina nel Prafigaro). Opere che, lo ribadiamo, andavano comunque fatte prima per cogliere opportunità economiche e per evitare il degrado del centro urbano.

Viene però ancora una volta da pensare alle occasioni mancate in questi ultimi sette anni di Giunte Barbieri dove in periodi di maggior tranquillità si è preferito dare priorità ad altri interventi molto discutibili. Non ci auguriamo che la Giunta debba piangere sul latte versato, ma il rischio concreto è che, pur a fronte di queste necessarie opere, il Comune si trovi costretto a dover decidere poi cosa tagliare.

Per esempio, tenere ferme le tariffe per l’anno 2009 sarebbe una scelta da fare senza indugio, piuttosto che inventare macchinosi sistemi di elargizione di contributi. Invece troviamo il classico adeguamento all’inflazione sui servizi a domanda ed un aumento medio della TIA previsto nella misura del 6,4% ben oltre il tasso di inflazione.

Per quanto riguarda lo stanziamento di € 30.000 nel settore sociale per fronteggiare la crisi reputiamo che siano anzitutto insufficienti, ma ci auguriamo che l’amministrazione scelga di spenderli adottando strumenti di politica attiva anziché gli annunciati contributi da elargire su base ISEE; è inoltre opportuno il coinvolgimento di soggetti del mondo non profit che possono conoscere molto meglio il territorio di quanto non possa farlo il comune. La conoscenza capillare della situazione relativa alle famiglie realmente bisognose è presupposto indispensabile per il buon fine di un operazione del genere.

Concludiamo dichiarando il nostro voto contrario al bilancio di previsione 2009 per i motivi indicati nella relazione ma soprattutto per il fatto che il bilancio è impostato secondo le politiche adottate negli ultimi otto anni ed è pertanto sostanzialmente immodificabile nel breve, inoltre, pur sottolineando ancora una volta che abbiamo privilegiato un approccio che favorisca il confronto piuttosto che lo scontro, non vediamo che l’amministrazione voglia adottare la linea dell’ascolto e riflettere su quanto abbiamo evidenziato.

Il Gruppo Consigliare: Aurelio Pariali; Michele Grilanda; Enrico Menegatti; Roberto Bulzoni

L’Associazione Politica

Il Coordinatore delle politiche economiche: Michele Grilanda

sabato 24 gennaio 2009

Il contributo del Nuovo PSI di Stefano Caldoro, per la costruzione del PdL

Il Nuovo PSI ritiene necessario un serio ed impegnativo confronto politico per interpretare gli effetti delle profonde trasformazioni mondiali in atto, per affrontare le nuovo sfide globali che ci troviamo di fronte, per disegnare le nuove strategie, per superare il disorientamento che ha investito i cittadini.
Le prime iniziative che il Governo e la Maggioranza hanno posto in essere per affrontare la crisi, collimano, in linea di massima, con la cultura politica del riformismo socialista, al quale il Nuovo PSI si ispira e del quale ritiene di essere uno dei testimoni più attenti.
Di fronte alle sfide globali, ogni tatticismo appare improprio, riduttivo ed inadeguato: la collocazione dei partiti ed in particolare del nostro Partito, nell’arco del panorama politico, non può essere confusa, la scelta di campo deve essere chiara.
Il Nuovo PSI partecipa alla costituzione del PdL, intendendolo come soggetto politico plurale, capace di accogliere il socialismo liberale. Ne identifica però anche i limiti, nella mancanza di chiarezza sul percorso, sulla rappresentanza e sulle regole democratiche interne.
Questo nuovo soggetto politico, oggi in fase di costituzione, ha già ricevuto una importante legittimazione dall’elettorato. Ora bisogna strutturarlo: occorre un assetto organizzativo che coniughi leadership e democrazia interna, che renda effettiva la capacità di espressione della pluralità delle identità politico-culturali di provenienza, con pari dignità, senza velleitarismi particolaristici, ma anche senza mortificanti prevaricazioni. Questo è un lavoro da compiere che non può nascere dalla mera sommatoria degli apparati dei partiti e men che meno solo di quelle di FI ed AN.
Il Nuovo PSI ribadisce, in coerenza di tale percorso, la scelta di affrontare le amministrative di primavera e le europee, stante l’attuale legislazione, favorendo la presentazione di liste (a partire dalla nostra, ove possibile ed opportuno), in piena intesa con tutti gli alleati.
Il superamento della vecchia dicotomia destra – sinistra, che divide l’area tra innovazione e conservazione, rende necessario che le forze di ispirazione socialista, riformista e liberale attualmente in campo, trovino occasioni e momenti di lavoro comune, per mantenere viva la prospettiva di tali ideali e valori, anche nel rinnovato quadro politico attuale.
Per quanto riguarda i movimenti, i circoli e le associazioni vicine alla tradizione socialista, che già si riconoscono nelle scelte del socialismo liberale e che sostengono l’attuale Governo Berlusconi, è opportuna una intensa collaborazione, per elaborare linee programmatiche comuni e rafforzare il radicamento sul territorio.

Documento approvato dal Coordinamento provinciale di Ferrara il 23/01/2009

giovedì 22 gennaio 2009

BILANCIO DI PREVISIONE 2009: PRIMI COMMENTI

Dopo avere visionato i contenuti principali dei documenti che rappresentano il bilancio di previsione 2009 possiamo fornire alcuni primi commenti prima di procedere con una analisi più approfondita ed articolata in vista del consiglio comunale che sarà convocato per l’approvazione.

La prima impressione è che il punto di debolezza principale di questo bilancio, sia rappresentato dalla difficile sostenibilità degli oneri finanziari nel lungo termine, oneri finanziari che derivano dalla previsione di ricorso al credito per un importo di oltre 9 milioni di euro in tre anni. Il dubbio viene avanzato già dalla relazione previsionale e programmatica della stessa Giunta, quindi non siamo certo noi i primi a dirlo e a pensarlo.

Ciò è tanto più vero se si osserva che il periodo che abbiamo davanti a noi, vedrà un sensibile calo delle entrate, già peraltro previsto nel 2009, sia per oneri di urbanizzazione che per altre voci (proventi cimiteriali, dividendi da partecipate, ecc). Non basterà certo, al fine di invertire la tendenza delle entrate, il previsto aumento di introiti derivanti dalle infrazioni al codice della strada (+11%), e non potrà neppure essere utilizzata la leva fiscale già ai massimi livelli, qui a Portomaggiore, grazie alla politica dell’Unione per Porto. Questo lo diciamo, pur evidenziando che tra le opere programmate ve ne sono di quelle condivisibili, perché recuperate da precedenti programmazioni della seconda Giunta Pariali 1997-2001 (recupero Centro Storico, recupero Teatro Concordia, nuova Scuola Media nel Polo Scolastico, nuova Piscina nel Piano Prafigaro).

Viene però ancora una volta da pensare alle occasioni mancate in questi ultimi sette anni di Giunte del “prodiano” sindaco Barbieri, dove in periodi di maggior tranquillità si è preferito dare priorità ad altri interventi molto discutibili sotto il profilo della opportunità. Non ci auguriamo che la Giunta debba piangere sul latte versato, ma il rischio concreto è che, pur a fronte di queste necessarie opere, il Comune si trovi costretto a dover decidere poi cosa tagliare.

Per il resto non ci sottrarremo in consiglio comunale a dare come di consueto il nostro contributo di idee, a maggior ragione oggi che vi è da a fronteggiare una situazione economica e sociale con dei risvolti completamente diversi rispetto al passato. Siamo convinti che questa “originale” situazione non possa essere affrontata con le politiche del passato, ma con uno slancio del tutto nuovo, che parte dalla valorizzazione del ruolo della persona e della famiglia per arrivare ad un rinnovamento del rapporto tra la pubblica amministrazione e la società.

Non basta l’assistenza e la beneficienza a favore delle persone in stato di bisogno, occorrono azioni mirate, che favoriscano le iniziative delle imprese e misure concrete a sostegno delle famiglie affinché possano guardare al futuro con maggiore fiducia.

Per esempio, tenere ferme le tariffe per l’anno 2009, sarebbe una scelta da fare senza indugio, piuttosto che inventare macchinosi sistemi di elargizione di contributi. Invece troviamo il classico adeguamento all’inflazione sui servizi a domanda individuale ed un aumento medio della T.I.A. (Tariffa Rifiuti) previsto nella misura del 6,4%, ben oltre il tasso di inflazione.

Gruppo Consigliare

Aurelio Pariali – Michele Grilanda – Enrico Menegatti – Roberto Bulzoni

Portomaggiore 21/01/2009

venerdì 9 gennaio 2009

Il decreto Gelmini è legge. L'Università si trasforma

Il decreto Gelmini in materia di università è legge, ad illustrare il provvedimento in aula per il Pdl Stefano Caldoro.
Il testo, su cui a novembre si e' scatenata la protesta di studenti e docenti, ha ricevuto ieri il via libera alla Camera con 281 voti a favore, 196 contrari, e 28 astenuti. A favore del provvedimento, su cui il governo ha incassato la fiducia, ha votato solo la maggioranza; quanto all'opposizione, il Pd e l'Italia dei Valori hanno espresso voto contrario mentre l'Udc si e' astenuta sul voto finale 'per offrire un'apertura di credito nei confronti del ministro Gelmini'.
"Con questa riforma si valorizza il merito, si premiano i giovani e si favorisce il ricambio generazionale" ha commentato entusiasta la titolare del dicastero dell'istruzione.
Per la prima volta, ha spiegato la Gelmini, "Si afferma il valore del merito, assegnando le risorse in base ai risultati, premiando le universita' virtuose e 'punendo' gli atenei spreconi". Inoltre, evidenzia il ministro, smentendo la tesi sostenuta dal Pd di evidenti tagli, "Si aiuta la ricerca con l'assunzione di 3mila ricercatori, si avviano procedure piu' trasparenti per i concorsi e, in un momento di crisi come quello attuale, con uno stanziamento di 130 mln di euro, si aiutano le famiglie con un aumento delle borse di studio".
Sono numerose le novità introdotte dalla legge, tra le principali: nuove norme per il reclutamento dei docenti, più assunzioni di ricercatori, finanziamenti per borse di studio e residenze universitarie. Il testo prevede che le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accadeva fino ad ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario
nominato dalla facolta' che ha richiesto il bando. Anche per il reclutamento dei ricercatori universitari si è in attesa di un riordino organico del sistema che seguirà parametri riconosciuti in ambito internazionale. Tagli anche per le università con una spesa per il personale troppo elevata (piu' del 90% dello stanziamento statale) che non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale amministrativo. La norma pone un freno alle gestioni finanziarie non adeguate di alcune universita' (soprattutto nel rapporto entrate-uscite).
E ancora, per favorire l'assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20% nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50%. Delle possibili assunzioni presso le Universita', almeno il 60% dovra' essere riservato ai nuovi ricercatori. Il decreto stabilisce inoltre che gli enti di ricerca sono esclusi dal blocco delle assunzioni che e' entrato in vigore per tutte le amministrazioni pubbliche. Queste tre iniziative, sottolinea il Ministero, permetteranno di assumere 4000 nuovi ricercatori.
Per la prima volta in Italia tutti gli aventi diritto avranno la borsa di studio. L'incremento di 135 milioni di euro sara' destinato ai ragazzi capaci e meritevoli, privi di mezzi economici. 180 mila ragazzi oggi sono idonei a ricevere la borsa di studio e l'esonero dalle tasse universitarie, ma solo 140.000 li ottengono di fatto gia' oggi.
"ll decreto Gelmini, oggi convertito in legge, ha avviato un percorso di rinnovamento e riqualificazione del sistema universitario volto al perseguimento degli obiettivi del merito, della trasparenza, della qualita' e della competitivita'' ha sottolineato Stefano Caldoro, relatore in aula per il Pdl in occasione delle dichiarazioni finali di voto.
"Respingiamo il tentativo , con critiche infondate, di rappresentare il governo come ostile al mondo della scuola e dell'università - ha sottolineato Caldoro illustrando le ragioni del Pdl - Non si puo' rimanere fermi a difendere l'esistente, era ormai necessario intervenire per dare una svolta richiesta dalla maggioranza dei cittadini".
"La legge presenta numerosi pregi - ha concluso il segretario nazionale del Nuovo Psi - trasparenza dei concorsi, assunzioni solo per le universita' con bilanci in regola, finanziamenti solo per gli atenei migliori e virtuosi, riequilibrio tra vecchia docenza e giovani, recupero dei risorse, Nuovo sistema di borse di studio, norme per favorire il rientro in Italia dei 'cervelli' che lavorano all'estero".
"Con l'approvazione del decreto Gelmini - ha poi aggiunto Gabriella Giammanco, componente della Commissione cultura - il Parlamento apre la strada alla costruzione di un sistema universitario piu' trasparente e meritocratico".
Il governo ha accolto, inoltre, l'ordine del giorno della Giammanco che impegna l'esecutivo ad ampliare in modo significativo la fascia di reddito che puo' beneficiare delle borse di studio, a rendere piu' stringenti i requisiti di merito previsti per ottenere le borse di studio e a intensificare i controlli sulle autocertificazioni.
Fiorella Anzano

"VIVI PORTOMAGGIORE - LISTA CIVICA": Pubblichiamo l’ intervento in Aula di Stefano Caldoro, segretario nazionale del Nuovo Psi che ha parlato a nome del Pdl.

"VIVI PORTOMAGGIORE - LISTA CIVICA": Pubblichiamo l’ intervento in Aula di Stefano Caldoro, segretario nazionale del Nuovo Psi che ha parlato a nome del Pdl.

Pubblichiamo l’ intervento in Aula di Stefano Caldoro, segretario nazionale del Nuovo Psi che ha parlato a nome del Pdl.

Riroma dell'Università

L’intervento di Caldoro è al minuto 50 e segue quello di Marina Sereni, vice capogruppo del Pd

martedì 23 dicembre 2008

AUGURI!!!.....CON OMAGGIO

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SERENO NATALE A TUTTI!
AURELIO PARIALI 
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giovedì 18 dicembre 2008

BETTINO CRAXI: Discorso alla Camera dei Deputati del 29 Aprile 1993

Circa dieci mesi or sono prendendo la parola di fronte alla Camera dissi con franchezza ciò che un ex Presidente della Repubblica definì poi come l'apertura di quella "grande confessione" verso la quale avrebbe dovuto e dovrebbe aprirsi, con tutta la sincerità necessaria, tutto o gran parte almeno del mondo politico.

I giudici che mi accusano l'hanno considerata invece come una "confessione extragiudiziale" elevandola subito e senz'altro a prova di primo grado contro di me. Quella, per la verità, era ed è rimasta la sola prova di quell'accusa.

Sempre che una dichiarazione una analisi ed una riflessione fatte di fronte al Parlamento possano essere considerate alla stregua di una prova penale. Ricordo che, ancor prima di allora, commentando a caldo le prime esplosioni scandalistiche milanesi che aprivano il libro dagli inesauribili capitoli apertosi poi un po' dovunque, mi ero permesso semplicemente di dire :

"Su quanto sta accadendo la classe politica ha di che riflettere".

Questa affermazione fu allora maltrattata come espressione di un atteggiamento intimidatorio, provocatorio, financo ricattatorio.

In realtà non era difficile avvertire già da allora tutta la dimensione del problema che si era aperto, tutta la sua gravità e la sua complessità. Non era difficile cogliere la inutilità e l'errore di una difesa e di una giustificazione che non fossero improntate al linguaggio della verità. Per le responsabilità che mi competevano, per il ruolo che, per lungo tempo, avevo esercitato, di Segretario nazionale del Partito Socialista, io non ho negato la realtà, non ho minimizzato, non ho sottovalutato il significato morale, politico, istituzionale della questione che veniva clamorosamente alla luce riguardante il finanziamento irregolare ed illegale ai partiti ed alle attività politiche ed anche il vasto intreccio degenerativo che ad esso si collegava o poteva, anche a nostra insaputa, essersi collegato.

Come si ricorderà ne parlai proprio di fronte a voi seguendo una traccia che stamane mi consentirete di riprendere.

Osservavo nel Luglio del '92:

"C'è un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche. E' tornato alla ribalta, in modo devastante, il problema del finanziamento dei Partiti, meglio del finanziamento del sistema politico nel suo complesso, delle sue degenerazioni, degli abusi che si compiono in suo nome, delle illegalità che si verificano da tempo, forse da tempo immemorabile. Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso e in certi casi hanno tutto il sapore della menzogna. Si è diffusa nel paese, nella vita delle istituzioni e della pubblica amministrazione, una rete di corruttele grandi e piccole che segnalano uno stato di crescente degrado della vita pubblica, uno stato di cose che suscita la piu' viva indignazione, legittimando un vero e proprio allarme sociale, ponendo l'urgenza di una rete di contrasto che riesca ad operare con rapidità e con efficacia. I casi sono della piu' diversa natura, spesso confinano con il racket malavitoso, e talvolta si presentano con caratteri particolarmente odiosi di immoralità e di asocialità.

Purtroppo anche nella vita dei Partiti molto spesso e' difficile individuare, prevenire, tagliare aree infette sia per la impossibilità oggettiva di un controllo adeguato, sia talvolta, per l'esistenza ed il prevalere di logiche perverse. E così all'ombra di un finanziamento irregolare ai Partiti e, ripeto, al sistema politico, fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti trattati provati e giudicati. E tuttavia, d'altra parte, cio' che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, e' che buona parte del finanziamento politico e' irregolare od illegale.

I Partiti specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche e operative, hanno ricorso e ricorrono all'uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.

Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo (ndr. nessuno si alzò): presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro".

E del resto, andando alla ricerca dei fatti, si è dimostrato e si dimostrerà che tante sorprese non sono in realtà mai state tali. Per esempio, nella materia tanto scottante dei finanziamenti dall'estero sarebbe solo il caso di ripetere l'arcinoto "tutti sapevano e nessuno parlava".

Ed osservavo ancora:"Un finanziamento irregolare ed illegale al sistema politico, per quante reazioni e giudizi negativi possa comportare e per quante degenerazioni possa aver generato non e' e non può essere considerato ed utilizzato da nessuno come un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica, per creare un clima nel quale di certo non possono nascere ne' le correzioni che si impongono ne' un'opera di risanamento efficace ma solo la disgregazione e l'avventura. A questa situazione va ora posto un rimedio, anzi più di un rimedio". Mi spiace che tutto questo sia stato, allora, sottovalutato. Tante verità negate o sottaciute sono venute una dopo l'altra a galla e tante ne verranno, ne possono e ne dovranno venire ancora. E mentre molti si considerano tuttora al riparo dietro una regola di reticenza e di menzogna, non si è posto mano a nessun rimedio ragionevole e costruttivo. Questo deve valere anche per i Partiti che se debbono continuare ad esistere come elementi attivi della democrazia italiana ed europea sia pure in un diverso ruolo ed in diverse configurazioni, debbono essere posti di fronte a nuove regole impegnative ed utili a rinnovare e a far rifiorire la loro essenza associativa e democratica.

Si e' invece fatto strada con la forza di una valanga un processo di criminalizzazione dei partiti e della classe politica.

Un processo spesso generalizzato ed indiscriminato che ha investito in particolare la classe politica ed i partiti di governo anche se, per la parte che ha cominciato ad emergere, non ha risparmiato altri come era e come sarà prima o poi inevitabile.

Era del tutto evidente che scavando e risalendo negli anni e persino nei decenni nella sfera delle forme di finanziamento illegale dell'attività' politica, delle sue articolazioni, delle organizzazioni e competizioni elettorali, ogni giorno si sarebbe incontrato un episodio, un caso, uno scandalo.

E così è stato. E così sarà. La lista delle indagini, delle investigazioni e poi delle contro-investigazioni, dei pentiti, dei pentiti a scoppio ritardato e dei contro-pentiti, delle rivelazioni vere o false, mirate o sapientemente mutilate, e dei rei-confessi per amore o per forza e' destinata a farsi interminabile. A queste si sono aggiunti fatti di corruzione personale che sono del tutto estranei alla responsabilità dei Partiti anche se pesano egualmente in tutta la loro gravità. Ma di tutte l'erbe s'e' fatto alla fine un fascio.

Tutto si è ridotto ad una unica accusa generalizzata.

Le campagne propagandistiche hanno ruotato sovente solo attorno a slogans ed a brutali semplificazioni. Di questo si è incaricata infatti parte almeno della stampa e dell'informazione, andando ben al di là dei diritti e dei doveri propri dell'informazione, deformando spesso oltre misura, esaltando le ragioni dell'accusa e mettendo di canto quelle della difesa, travolgendo senza alcun rispetto diritti costituzionalmente garantiti con difese divenute praticamente impossibili, creando sovente un clima infame che ha distrutto persone, famiglie e generato tragedie. La criminalizzazione della classe politica, giunta ormai al suo apice, si spinge verso le accuse più estreme, formula accuse per i crimini più gravi, più infamanti e più socialmente pericolosi.

Un processo che quasi non sembra riguardare più le singole persone, ma insieme ad esse tutto un tratto di storia, marchiato nel suo insieme.

Un vero e proprio processo storico e politico ai Partiti che per lungo tempo hanno governato il Paese.
Mi chiedo come e quando tutto questo si concili con la verità, che rapporto abbia con la verità storica, con gli avvenimenti e le fasi diverse e travagliate che abbiamo attraversato e nelle quali molti di noi hanno avuto responsabilità politiche di governo di primo piano. Davvero siamo stati protagonisti, testimoni o complici di un dominio criminale? Davvero la politica e le maggioranze politiche si sono imposte ai cittadini attraverso l'attuazione ed il sostegno di disegni criminosi? Davvero gli anni ottanta di cui soprattutto si parla, senza risparmiare i precedenti, sono stati gli anni bui della regressione, della repressione, della malavita politica che scrivono e cantano in prima fila tanti reduci dell'eversione, delle rivoluzioni mancate, delle rotture traumatiche che sono state contrastate ed impedite?

Questa non e' altro che una lettura falsa, rovesciata mistificata della realtà e della storia. Chi ha condotto per anni una opposizione democratica ha da far valere in ben altro modo tutte le sue ragioni.

Per parte mia, io non dimentico che negli anni Ottanta l'Italia ha rimontato la china della regressione, della stagnazione e dell'inflazione, è uscita dalla crisi economica e produttiva per entrare in un ciclo di espansione e di sviluppo senza precedenti toccando le punte di sviluppo più alte tra i paesi dell'Europa industrializzata. Si è trattato di un progresso forte, intenso, diffuso, che ha ridotto tante disuguaglianze e che poneva le basi per ridurne tante altre che ancora dividevano e dividono la nostra società. Sono gli anni in cui viene posto fine al capitolo dell'eversione militare, del terrorismo e delle sue code sanguinose. Sono anche gli anni di un nuovo prestigio internazionale, con l'Europa comunitaria che si amplia e si consolida e con l'Italia che entra a far parte del club economico ma anche politico delle maggiori Nazioni industrializzate del mondo occidentale. Tutti i cicli, come è naturale passano, entrano in contraddizione, si esauriscono, degenerano. Sono così subentrati gli anni delle difficoltà e della crisi, che stiamo ancora attraversando. Ma gli effetti e le conseguente di un periodo critico sarebbero stati ben diversi e ben più onerosi se non avessimo avuto alle spalle il solido sviluppo realizzato nel corso degli anni ottanta ed un retroterra conquistato con un balzo in avanti poderoso.
I finanziamenti illegali ai partiti ed alle attività politiche non sono stati tuttavia una invenzione e una creazione degli anni ottanta. Hanno radici, come si sa, ben più antiche e ben ripartite tra le forze che si contrapponevano, in lotta tra loro, e sovente senza esclusione di colpi. Così come nella vita della società italiana non e' nata negli anni ottanta la corruzione nella pubblica amministrazione e nella vita pubblica. La vicenda dei finanziamenti alla politica, dei loro aspetti illegali, dei finanziamenti provenienti attraverso le vie più disparate dell'estero, della ricerca di risorse aggiuntive rispetto poi ad una legge sul finanziamento pubblico ipocrita e ipocritamente accettata e generalmente non rispettata, accompagna la storia della società politica italiana, dei suoi aspri conflitti, delle sue contraddizioni e delle sue ombre, dal dopoguerra sino ad oggi. Non c'e' dubbio che un troppo prolungato esercizio del potere da parte delle più o meno medesime coalizioni di Partiti ha finito con il creare per loro un terreno più facilmente praticabile per abusi e distorsioni che si sono verificate. Ma onestà e verità vorrebbero che in luogo di un processo falsato, forzato, ed esasperato, condotto prevalentemente in una direzione, si desse il via ad una ricostruzione per quanto possibile obiettiva ed appropriata di tutto l'insieme di ciò che è accaduto. Si tratta di una realtà che non si può dividere in due come una mela, tra buoni e cattivi, gli uni appena sfiorati dal sospetto, gli altri responsabili di ogni sorta di errori e nefandezze. Trovo perlomeno singolare che sia stata liquidata con poche battute di circostanza, qualche pretesto e qualche falsa riverenza la proposta di una inchiesta parlamentare che abbracciasse l'arco di almeno un quindicennio della nostra storia politica. Il Parlamento avrebbe il dovere di farlo avendo esso stesso nella sua storia una montagna di dichiarazioni di bilanci di Partiti certamente falsi, di organi di controllo che non hanno controllato, di revisori che non hanno rivisto. Che tutto questo avvenisse senza l'insorgere di clamorose contestazioni e denunce e senza clamorosi conflitti, salvo casi sporadici ed aspetti particolari, significa che il sistema in funzione e le sue irregolarità non solo erano in principio riconosciute, ma erano consensualmente accettate e condivise, almeno dai più.

E' d'altro canto un sistema cui hanno partecipato e concorso, in forme varie e diverse, tutti i maggiori gruppi industriali del paese, privati e pubblici.

Gruppi e società importanti nel loro settore e nella economia nazionale e in molti casi presenti e influenti anche sui mercati internazionali, gruppi potenti in grado di influire e di condizionare i poteri della politica e dello Stato.

Di questi tutto si può dire salvo che siano state vittime di una prepotenza, di una imposizione, di un sistema vessatorio ed oppressivo di cui non vedevano l'ora di liberarsi. Si tratta di tutti i maggiori gruppi del paese, quelli che sono stati chiamati in causa e quelli che ancora possono esservi chiamati, anch'essi fornitori dello stato, tributari dello stato di sostegno di varia natura, tributari di appalti pubblici, esportatori, proprietari di catene giornalistiche, speculatori a vario titolo, se la verità, anche per loro, come c'e' da augurarsi, finirà prima o poi per farsi strada. Si tratta di condotte illegali del mondo imprenditoriale attuate con piena consapevolezza e responsabilità e con finalità di molteplice natura, di ordine economico aziendale commerciale ed anche di ordine pubblico a sostegno di un sistema, dei suoi diversi equilibri, della sua stabilità complessiva, ed anche a sostegno più diretto di singoli membri di un personale politico con il quale mantenere rapporti amichevoli più impegnativi.
Illegalità nel mondo politico, illegalità nel mondo imprenditoriale.

Ad esse si sono venute aggiungendo illegalità nel mondo giudiziario. Una inchiesta giudiziaria è tanto più forte, accettata, rispettata, quanto più forte, rigoroso, lineare e' il rispetto della legge ch'essa si impone, senza prevaricazioni, arbitri, forzature ed eccessi di sorta. Si e' verificato purtroppo, e in più casi e ripetutamente tutto il contrario. Non c'e' fine che possa giustificare il ricorso a mezzi illegali, a violazioni sistematiche, clamorose e persino esaltate della legge, dei diritti dei cittadini, dei diritti umani. Non c'è consenso popolare, sostegno politico, campagna di stampa che possa giustificare un qualsiasi distacco dai principi garantiti dalla Costituzione e fissati dalla legge. Non la giustifica neppure l'assenza, l'insensibilità o il ritardo degli organi di controllo, la debolezza o il disorientamento delle difese, la barriera del pregiudizio negativo. Non lo ha visto e non lo vede, del resto, solo chi non lo vuole e preferisce, per opportunità, per superficialità o per calcolo voltare la testa dall'altra parte. Chi non ha visto le forzature macroscopiche e strumentali nella interpretazione delle leggi per giungere ad usare impropriamente i poteri giudiziari? Sin da quattro secoli in Inghilterra era stato scritto nel Leviatano "Se il giudice usa con arroganza il potere di interpretare le leggi, tutto diventa arbitrio imprevedibile.

Di fronte ad un metodo del genere ogni sicurezza viene meno".

Chi non ha visto gli arresti illegali, facili, collettivi, spettacolari e financo capricciosi, di fronte ad una civiltà del diritto e ad una normativa di legge che anche nel nostro paese considerava l'arresto una "extrema-ratio". Chi non ha visto le detenzioni illegali che fanno impallidire la civiltà dell'Habeas Corpus.

Le detenzioni a scopo di confessione che sono tutto il contrario di ciò che e' riconosciuto ed accettato. Chi non ha visto le perquisizioni a scoppio ritardato, quelle in particolare delle sedi di Partito manifestamente inutili ma utili, per la messinscena predisposta e per lo

spettacolo denigratorio assicurato.
Sono all'ordine del giorno del resto le sistematiche violazioni del segreto istruttorio, ormai praticamente vanificato e inesistente o esistente solo in ragione di criteri discriminatori o criteri arbitrari dettati da interessi ed opportunità di varia natura ivi comprese quelle politiche. C'è forse qualcuno che non ha visto la esemplare tempistica politica di determinate operazioni? Quando la giustizia funziona ad orologeria politica essa contiene già in se qualcosa di aberrante. Purtroppo c'e' anche materia per scrivere un capitolo sui diritti umani, sulla loro mortificazione e sulle loro violazioni.

Affacciandosi, già mesi orsono, sulla realtà italiana, una missione internazionale composta di alti magistrati ed esponenti del Foro di Parigi, prudentemente, rispettosamente annotava in un suo primo rapporto :

"I magistrati, incaricati delle inchieste sulla corruzione, applicano le disposizioni di legge relative alla detenzione preventiva in modo particolarmente 'estensivo'. Senza arrivare ad espressioni quali 'tortura' o 'inquisizioni' - pur usate da diverse personalità, non sembra si possa dubitare del fatto che la carcerazione preventiva sistematica di numerosi indiziati -molti dei quali presentano evidenti qualifiche di notorietà- e che e' ufficialmente motivata dalla preoccupazione di un possibile 'inquinamento' delle prove, ha in realtà lo scopo di esercitare delle pressioni per ottenere confessioni di colpevolezza, o la denuncia di complici.

Ciò che numerosi magistrati hanno ammesso pubblicamente sottolineando l'efficacia di tale metodo.